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15ª edizione - (2012)

Fran

Il dolore è una creazione del mondo. Abbiamo il diritto di combatterlo, pochi mezzi per distruggerlo.
La porta del laboratorio si aprì con quel fischio sterile e metallico tipico dei cardini stanchi dei vecchi edifici; la visuale che disegnò fu quella di un immenso spazio bianco, con un odore pungente di alcool da ospedale.
Disadorno e spettrale.
La dottoressa Kenstein entrò quasi volando su quei suoi stivaletti da scienziata che picchiettavano sommessamente sulle piastrelle candide: era il momento opportuno.
La serata giusta per quello che aveva sempre chiamato l’esperimento definitivo; quello che avrebbe coronato mesi e mesi di studio sui quei vecchi volumi polverosi e mangiucchiati dalla frenesia del tempo.
Certo, il tempo… ne era passato così tanto dalla morte di Kaylin, la sua adorata figlia; ma ora quella storia non importava: l’esperimento prima di tutto! Il pensiero di Kaylin, morta così giovane e mai ritrovata, uccisa da chissà chi e chissà come, aveva ossessionato la Dottoressa a tal punto da far scendere nel suo cuore una sorta di coltre nebbiosa. Una patina biancastra che l’aveva portata alla follia più completa: la convinzione di poter guarire la morte e creare una nuova figlia.
Il dolore l’aveva accecata a tal punto da spingerla a fare ricerche e a scartabellare scritti marci dall’usura di altri folli che come lei in passato avevano cercato di forzare quel processo divino che permette ai vivi di diventare morti, ma non viceversa. Di cavie non ne aveva avuto bisogno, aveva abbandonato la città per recarsi in uno studio allestito in una vecchia casa di campagna fuori Londra; luogo che aveva abbattuto e ricostruito a mo’ di torre conferendo a quel rudere un aspetto medievale e decisamente di scarso interesse per ladruncoli e curiosi. Era diventata assidua lettrice di necrologi e ancor più accanita frequentatrice di cimiteri di campagna con l’unica compagnia di una lanterna e una vanga arrugginita.
Sì, avete perfettamente compreso: la dottoressa Kenstein stava tentando l’esperimento estremo…
Non avrebbe mai trovato il corpo della sua vera figlia, non avrebbe mai potuto piangere su una fredda lapide con la certezza che le ossa della sua amata creatura riposavano in pace là sotto. Kaylin era stata uccisa e nascosta da qualche parte, e ormai dopo anni di ricerche non l’avrebbero mai più ritrovata, quel corpo non avrebbe mai trovato quell’eterna pace che la dottoressa Kenstein tanto sperava. Si sarebbe dovuta accontentare di una nuova figlia; una nuova creatura fatta dall’unione di tante altre membra olivastre raccolte scavando fosse fangose nel bel mezzo della notte.
La dottoressa Kenstein spulciava i necrologi alla ricerca di belle e giovani fanciulle strappate alla vita troppo presto e, con la pazienza di uno sciacallo, aspettava il momento propizio per intrufolarsi nel campo santo e iniziare a darsi da fare con la vanga. Prendeva solo quelle membra che lei stessa definiva d’interesse: avrebbe creato una creatura perfetta, né troppo magra né troppo grassa, con il naso dritto e le labbra avvenenti; certo per quanto questo fosse possibile.
Qualcosa rombò nelle orecchie della Dottoressa; un tuono. Il temporale giusto stava arrivando: bisognava sbrigarsi! Accese immediatamente una serie di luci non troppo abbaglianti, né troppo fioche al di sopra della distesa candida del telo bianco che copriva la sua creazione sopra il tavolo. Prese un contenitore e sollevò il coperchio. All’interno, divisi in vari scompartimenti dalle pareti trasparenti si trovavano riposti svariati cavi, due per diversa misura, e differenti per colore. Prese delicatamente la prima coppia di cavi con due dita e li attaccò a un grosso chiodo che sporgeva da uno degli estremi del telo bianco; ripeté esattamente il medesimo procedimento con gli altri cavetti del contenitore, poi con quelli di un secondo. Alla fine si allontanò qualche decina di metri dal tavolo dopo aver scoperto la giovane creatura nascente.
Si fermò a osservarla: il verdastro pallore del volto, la monotonia di quei tratti interrotta da cicatrici pinzate con suture metalliche simili a filo di ferro, due fessure per narici, questo perché i nasi tendevano subito a decomporsi, così come le orecchie. Sembrava tutto al suo posto, così la Dottoressa si allertò rimanendo ad ascoltare l’insorgere del temporale: quando la tempesta arrivò al culmine, spinse una leva e il letto si elevò all’aprirsi di due pannelli scorrevoli del tetto.
Fu un attimo.
Lo squarciare del boato roboante e lo sfrigolio come di cortocircuito seguito da un ronzio e un oscillare di vecchie carrucole. Il tavolo operatorio tremava in maniera convulsa e, all’impatto con il fulmine che lo colpì, il cavo che lo sorreggeva sospeso sopra il tetto del laboratorio, cedette: il corpo della paziente scivolò rigidamente ai piedi della dottoressa Kenstein che si apprestò ad accasciarsi preoccupata che la sua creatura avesse riportato danni irreparabili. Le ascoltò il polso e rimase un lungo minuto in attesa di vedere la cassa toracica alzarsi lievemente dopo il primo respiro ma… niente. Quello scempio di carne putrefatta era rimasto niente più che… carne putrefatta.
Un volgare collage di cadaveri che se ne stava esattamente come un cadavere qualsiasi dovrebbe comportarsi: rigido e immobile sul pavimento bianco.
«Al diavolo! Adesso mi toccherà pure asciugare tutto!» disse la Dottoressa tirando nuovamente la leva che fece richiudere i pannelli scorrevoli sul tetto; si era avviata verso la porta d’uscita del laboratorio quando qualcosa… uno strano suono simile a un grugnito…
Il viso le s’illuminò di botto e in pochi secondi fu carponi sul pavimento umido di pioggia; una volta giunta all’altezza del viso della creatura, la donna toccò alcuni punti di quel volto morente, poi gli occhi le brillarono nuovamente: la creatura respirava!

Ecco come era nata Fran, con le spalle sporgenti e verdognole, con sfregi che la attraversavano da parte a parte delineando profondi sentieri sul suo corpo, con una voce gutturale e mascolina e il terrore per il fuoco e la luce troppo abbagliante. Così era nata Fran, piccola raccapricciante creatura rinchiusa nel laboratorio e tenuta come una reliquia dalla dottoressa Kenstein. Le era stato insegnato che il mondo era brutto, era crudele e non avrebbe mai capito, mai accettato le sue fattezze deformi e mai compreso quanto quel povero mostro fosse importante per la Dottoressa: la sua nuova figlia.
Fran Kenstein, il suo unico amore. Sua unica speranza.
Fran passava le giornate dietro alla tenda della finestra del laboratorio e imparava a leggere, a scrivere e parlare sognando presto di toccare con le sue rigonfie mani verdastre un cane che passeggiava, l’erba che cresceva o… la mano di un amico gentile.
«Un movimento troppo brusco, una mossa falsa e il mondo mi accuserà scevro da ogni colpa, di aver creato qualcosa di orribile, insomma guardati! Sono tutto quello che hai, la tua mamma. La tua creatrice.
Io ti ho dato la vita ma non posso darti la liberà, lo faccio per il tuo bene.»
Presto qualcosa cambiò, la catena di dipendenza che Fran nutriva nei confronti della dottoressa Kenstein presto si spezzò e un piccolo desiderio di evasione si fece largo nella mente della creatura; comprese presto che il mondo l’avrebbe giudicata sbagliata: uno scherzo storpiato da una mente geniale.
Cominciò a odiare la Dottoressa e la sua opprimente dedizione che aumentava di pari passo con le sue fissazioni e i suoi deliri su quanto fosse terribile il mondo aldilà di quel vetro; così decise di fuggire.
Repressa e sommersa nel freddo della notte, il bruciante desiderio si trasformò in forza bruta che le fece afferrare possentemente i battenti del portone della torre dove era reclusa e la fiondò verso l’oscurità. Ciò di cui aveva bisogno era volare via; nella sua innocenza sperava di nutrirsi di sentimenti ammantati di quell’amore di cui si parlava nei libri. Mentre camminava sulla strada biforcuta scorse degli uomini in lontananza, vide il cielo farsi coperto di nuvole grigiastre ma continuò a correre verso di loro; non sapeva cosa avrebbe detto o come avrebbe cominciato a rapportarsi con loro ma il desiderio era così forte che avrebbe sicuramente trovato modo di esprimersi; di farsi apprezzare.
Gli uomini si fermarono vicino ad alcune piccole case del paesello di campagna e qualcuno di loro indicò Fran scendere dalla collina a perdifiato; la indicò come se non capisse di cosa si trattava in realtà; un uomo o una donna? Uno spettro o un animale?
Fran venne illuminata da un fascio di luce delle lampade di quegli uomini e… fu il terrore.
Quella gente cominciò ad atterrirsi, a urlare e a gridare scurrili parole come «Mostro!»
Il lancinante senso di vuoto, il silenzio, il rumore del silenzio, le urla e le grida, la vergogna!
Fran non conosceva quel sentimento e si sentì come morire mentre tentava di articolare una frase che sembrasse più umana di un ringhio gutturale, almeno una sillaba che fermasse quegli uomini dalla loro corsa folle verso le strade del paese strillando «Aiuto!».
Per distruggere quella grande sofferenza, segno forse di un malinteso; perché di questo si trattava agli occhi di Fran: un gran malinteso, decise di inseguirli unendo i sui lamenti alle loro urla, tentando di spiegarsi.
Provando a disilludersi delle raccomandazioni della Dottoressa; aveva un fiume di parole nella mente e non poteva dirne nemmeno una, talmente era bruciante dentro, talmente era forte quel desiderio d’amore.
Quel bruciore sordo presto si trasformò in collera quando gli uomini che spuntavano fuori dalle loro dimore si moltiplicarono diventando un’orda strillante, e ormai non era più Fran a inseguire loro: era preda della caccia. La caccia al mostro era iniziata e in quell’apparire di fucili dalle canne lucide e torce minacciose, Fran sentì l’odore del temporale che incombeva e le gocce fredde scivolarle sul viso.
Quegli esseri che la inseguivano erano come la Dottoressa li aveva descritti: incomprensibili e vibranti odio in grado di alienare ogni animo.
Le case di quel paesello sembravano essere tante lapidi grigiastre e i sentieri diventavano a ogni passo più pastosi e fangosi; Fran si lanciò in un vicolo buio e scuro sperando che la folla inferocita rinunciasse a inseguirla. Si vergognava ancora a parlare: forse non ci avrebbe mai provato sul serio, perché nessuno l’avrebbe ascoltata; decise di accucciarsi tra alcune casse di legno abbandonate e di aspettare…
Aspettare qualsiasi cosa.
Udì l’orda passare oltre l’imboccatura del vicolo e assaporò il sapore caldo del rumore della pioggia; qualcosa di lì a poco risvegliò i suoi sensi: qualcuno chiamava il suo nome.
«Fran! Fran!» era la dottoressa Kenstein con i suoi scarponcini che ticchettavano sulla strada; immediatamente Fran emise un ringhio gutturale e si alzò in piedi dal suo umido nascondiglio.
Quando la vide in volto sentì il desiderio di abbracciarla, di sentirla amica e madre come non mai; pentendosi di quella fuga si prostrò ai suoi piedi tentando di piangere o pensando un modo per manifestare il suo dolore.
«Fran non c’è tempo; stanno andando al laboratorio per distruggerlo! Dobbiamo fuggire Fran, via da questo paese, via da tutto questo e sarà come se non fosse mai successo nulla. Solo io e te, Fran!Vai, dobbiamo incontrarci al vecchio binario del treno fuori città: aspettami davanti alle rotaie, aspetta che il treno arrivi e io sarò lì sopra e ce ne andremo via insieme; mi raccomando nasconditi e non farti vedere da anima viva. Non importa quanto dovrai aspettare, tu attendi e basta così ce ne andremo. Ora va da quella parte! Corri!»
Fran cominciò a fuggire di nuovo, questa volta alla ricerca del binario ferroviario fuori città; la dottoressa Kenstein invece proseguì dalla parte opposta, verso il laboratorio.
Guardandola sparire oltre i muri delle case, Fran non poté far altro che pensare alla loro nuova vita insieme da qualche parte là lontano oltre il binario.
«Ti voglio bene, mamma.»
Furono le uniche parole che riuscì a dire prima di riprendere quella folle corsa verso la libertà.

La dottoressa Kenstein se ne stava comodamente seduta sul sedile dello scompartimento ai posti di seconda classe con in mano il suo diario: Come ho guarito la morte.
Ecco come lo aveva intitolato. L’unica cosa che avrebbe potuto fare in quel momento era guardare alla sua vita e accettarla in ogni particolare, ricordi felici e meno felici, azioni di cui era fiera e azione delle quali, invece, si vergognava solo a parlarne. Sì, perché, ora che ci pensava bene c’era una cosa peggiore della morte: il rimpiazzo. Non avrebbe mai trovato una macchina o un mostriciattolo tanto perfetto da poter rimpiazzare la sua amata Kaylin e l’averci provato, in un modo e non in un altro, l’esser carica di rammarichi e di rimpianti, tutto questo cozzava violentemente con il concetto di amore per sua figlia.
Perché la morte in fondo era questo, un sonno profondo, un sogno delirante senza spazio e senza tempo, da cui nessuno merita di fare ritorno, solo perché ne soffrirebbe troppo.
Fran non l’avrebbe mai rivista apparire su quel treno, pronta a portarla a casa; questo perché Fran non era Kaylin. Fran era un esperimento; una marionetta della vita che l’avrebbe attesa invano per sempre su un vecchio binario abbandonato dove mai sarebbe passato un treno.
Fran attendeva nascosta in una macchia di alberi guardando quel piccolo ammasso di ferraglia che si snodava oltre la curva laggiù e poi si fermava: un pezzo di binario monco e inagibile che mai avrebbe ospitato una carrozza per lei.
Non importa quanto dovrai aspettare, tu attendi e basta così ce ne andremo. Le sarebbe bastato ricordarsi per sempre quella frase per alimentare la sua speranza e fomentare il desiderio di attendere.
Si sarebbe nutrita di quel ricordo caldo e amichevole simile a un’ombra evanescente, e forse il tempo avrebbe cambiato le cose; forse proprio il tempo avrebbe indurito Fran nel cuore e l’avrebbe trasformata presto o tardi in un mostro vero.
Un cosa sola era certa: questo non era più affare della Dottoressa.
«Ti aspetto mamma» sussurrò Fran da dietro il nascondiglio di cespugli.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010