Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
15ª edizione - (2012)

Tecmessa

C’era il sole quel giorno. Bastavano pochi raggi ad abbracciare la foglia. Con dolcezza. Lentamente, da ogni parte. Ne illuminavano le sottili venature, attraversandola delicatamente da ogni parte. Accendevano il suo colore, esaltavano il suo profumo. Un abbraccio eterno.

* * *

Lo fissavo. Continuavo a osservarlo. Per trovarlo. Ritrovarlo. Anche se era lì, davanti a me, inginocchiato sopra il pavimento, non c’era.
Mi chinai per raggiungerlo, per distruggere almeno fisicamente quella distanza che mi stava logorando. Avrei voluto abbracciarlo. Credevo che in quel modo tutto ciò che ero in quell’esatto istante sarebbe riuscito ad attraversare anche la sua pelle, per entrargli nelle vene, e così facendo loro, brave serve, avrebbero condotto tutto direttamente al cuore. Tutto ciò che ero. Tutto. L’amore che provavo, il dolore che riempiva il mio petto, e le due fiamme di calore che provenivano da entrambi. Danzavano con il mio cuore senza un ritmo, un ordine preciso, ma lo avvolgevano con forza, lo stringevano togliendogli la possibilità di svolgere un battito completo, poi lo lasciavano libero, per pochi secondi, di battere con tutta la sua furia.
Appena mi chinai, percepii il freddo del pavimento, del suo respiro il calore. Sapevo cosa dovevo fare. Capivo anche che quell’occasione sarebbe stata l’ultima per convincerlo. Forse fu per quello che all’inizio dalla gola uscirono solo parole tremanti, rauche. Parole. La mia unica arma. La migliore. Certo, non erano come il suo scudo, o la spada che lui aveva macchiato di sangue tante volte in battaglia. Ma dopo tutto quel tempo avevo compreso come delle semplici parole potessero essere forti tanto quanto uno scudo, e penetrare nel profondo di un’anima come una spada penetra nelle tenere membra di un uomo.
«Mio signore, essere in balia della sorte
è la disgrazia peggiore per gli uomini.
Io sono nata da un uomo libero, ricco
e potente come nessun altro fra i Frigi,
e ora sono schiava: vollero così gli dei
e la forza del tuo braccio. Ma da quando
mi sono unita a te, è al tuo bene che penso.»
Mi fermai per riprendere fiato. Avevo imposto a me stessa di restare lucida, razionale.
Quando però alzai gli occhi e notai come ogni singola ruga del suo volto fosse volta a plasmare l’espressione che mi tormentava da ore, si presentò una nuova fiamma al mio cuore, diversa dalle precedenti. Era rabbia. Come una scintilla, la mia mente s’infervorò, fu un attimo.
Le emozioni si accavallarono, in un’incessante gara per venir fuori. Perché? Perché non capiva? Perché non percepiva ciò che per me era limpido, cristallino? La sorte non era stata favorevole con me. Mi aveva privato della patria, di un padre, di un cammino di vita, uno dei tanti, che non avrei mai più potuto percorrere. Grazie a essa tuttavia mi era stato concesso di trovare lui, e da una situazione che inizialmente non aveva fatto altro se non procurare dolore al mio animo nacque un figlio. Nostro figlio. Uno sbalordimento. Una perfezione. La cosa più nuova al mondo. Così piccola. Così piena di segreti. E ogni giorno porta nuove meraviglie, poiché ogni sorriso, ogni gesto era un incanto. Lui doveva comprenderlo. Doveva imparare a trovare la luce in ogni angolo, anche in quello più oscuro e terribile. Sapevo cosa provava. Si sentiva come disarcionato in duello. Ma anche un condottiero prode deve cedere al destino e lasciarsi disarcionare. Poi rialzarsi, continuare a combattere, a vivere. Possedendo l’unico aiuto che nemmeno la fortuna gli potrebbe togliere: l’amore di chi lo ama.
Non so come feci, ma riuscii a trattenere tutto dentro di me, al sicuro. L’unico cambiamento percepibile dall’esterno era il mio respiro, più intenso e affamato d’aria. Provai a calmarmi, a riflettere. Voleva uccidersi perché non poteva sopportare il disonore che aveva recato a se stesso con ciò che aveva fatto. Pensai che forse se lo avessi colpito proprio su questo, se avessi provato a spiegargli quanto disonore avrebbe recato a me e a suo figlio con la sua morte, sarebbe tornato in sé. Fu così che provai a entrare nella sua testa, a proporgli uno scenario in cui potesse riconoscersi, a parlare la lingua dei suoi sentimenti, non più dei miei.
«In nome di Zeus, protettore del nostro focolare,
in nome di questo letto, che ci ha uniti,
io ti supplico, non espormi ai dolorosi insulti
dei tuoi nemici, non abbandonarmi
nelle loro mani. Se tu morirai
e io resterò sola, in quello stesso giorno
gli Argivi mi trascineranno a forza
insieme con tuo figlio
a mangiare il pane degli schiavi.
E qualcuno dei miei padroni mi rivolgerà
parole crudeli, dirà: “Ecco la donna di Aiace,
il guerriero più forte dell’armata,
tanto invidiata un tempo
e ora ridotta in schiavitù”.
Questo diranno di me e questo
sarà il mio destino, ma le parole
suoneranno a biasimo di te e della tua stirpe.»
A quel punto chiuse le palpebre. Lentamente. Pur continuando a rimanere fermo, percepii distintamente che qualcosa si stava muovendo dentro di lui. Ravvisai quanto fosse piccolo, fragile. Tuttavia c’era. Per la prima volta nel corso di quell’interminabile giornata provai una sensazione nuova. Un vento lieve, fresco, piacevole, che soffiando attorno al mio cuore leniva dolcemente le ferite procurate dalle fiamme: era speranza. Quando ciò accadde, persi ogni tipo di ragione, abbandonandomi a ciò che provavo, permettendo che le parole modellassero i miei sentimenti uno a uno. Lasciandole libere.
«Abbi vergogna di abbandonare tuo padre
nella sua vecchiaia dolorosa e tua madre,
carica d’anni, che innalza suppliche agli dei
perché tu ritorni, vivo, a casa tua.»
Gli occhi iniziarono a bruciare, la sua figura divenne secondo dopo secondo più sfocata, incerta. Non potevo permettere che si allontanasse ancora di più, dovevo almeno avere la possibilità di continuare a trovarlo con lo sguardo, giacché non riuscivo più a farlo con l’anima. Per questo strizzai le ciglia violentemente, con forza, e una piccola perla d’acqua scivolò sul mio viso, bagnò la guancia e mi permise di scorgere di nuovo chiaramente la sua figura.
«Abbi pietà, signore, di tuo figlio: quanto male
infliggeresti a lui e a me con la tua morte,
se dovesse passare la sua infanzia
solo e senza cure, con dei tutori malvagi!»
Mi chiesi come riusciva a rimanere impassibile.
Suo figlio. Aveva la possibilità di accompagnarlo in quel lungo cammino che lo avrebbe portato dall’essere bambino al diventare uomo, dal ruolo di figlio a quello di padre.
Suo figlio. La creatura più bella che il nostro amore aveva prodotto.
Suo figlio. E io. Io, che lo amavo. Io, che non volevo lasciarlo andare. Io, che in quell’ultimo istante gli feci una richiesta, l’ultima, una sola: di lasciarsi amare.
«Io non ho altri al mondo a cui rivolgere
lo sguardo, se non a te. La tua lancia
ha distrutto la mia patria; altro destino ha condotto
mia madre e mio padre nella dimora di Ade.
Quale patria, quale ricchezza mi resta
senza di te? Tu sei la mia salvezza.
Ricordati di me: un uomo non deve
dimenticare la dolcezza che ha ricevuto.
Il bene genera il bene, sempre, e colui
che non conserva il ricordo di quel bene
non può essere definito un uomo nobile.»
Infine, calma e silenzio. Ero una donna. Solo quello. Una donna consapevole di aver fatto tutto il possibile per salvare il padre di suo figlio. Una donna che non sapeva combattere, o impugnare una spada, ma sapeva amare. Una donna che aveva abbracciato l’uomo che le stava accanto con tutto il calore e l’affetto possibile, e glieli aveva donati. Senza riserve. Perciò si sentiva svuotata.
Il battito del mio cuore era regolare, ritmico, profondo. Una profonda quiete ci avvolse. Rimanemmo fermi, immobili sul freddo pavimento, insieme. E per un attimo mi parve che tutto il mondo fosse scomparso. Che ci fossimo solo io e lui, in quella bolla eterna di pace. Ma all’improvviso sentii il vento soffiare con forza, e il rumore che fecero le foglie degli alberi dopo essere state accarezzate da quella brezza. Allora compresi che non eravamo soli, che quella cupola di serenità non esisteva. Eravamo due piccoli esseri, racchiusi fragilmente in un mondo di meraviglie, che attendevano solo di giungere dove li avrebbe portati la forza più potente e più misteriosa: la vita.

* * *

Fu una folata d’aria, nella sua impetuosità, a spezzare il legame con l’albero. Mentre la foglia cadeva a terra, volteggiando piano, la linfa al suo interno smise di circolare. Ma il sole continuò a illuminarla, ad avvolgerla. La accompagnò fino a quando essa si posò con grazia sul terreno. E avrebbe continuato a farlo, irraggiando l’humus nel quale si sarebbe trasformata, tutti gli esseri che se ne sarebbero nutriti, i loro figli, e i figli dei loro figli. Perché l’amore non muore.
Mai.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010