Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
15ª edizione - (2012)

Il destino in un nome

Eccomi qua. Giunta in questo paese straniero. In questa terra ostile, cupa, fredda. Intorno a me buio. Buio profondo. Il silenzio della notte è interrotto dal fragore assordante degli aerei e delle bombe sganciate. Inizio a pensare che la parola pace sia un’utopia. Intorno a me vedo persone con gli occhi pervasi dalla paura e gli sguardi affranti dal dolore. Vedono le loro vite spazzate via, in un attimo. Le certezze, le speranze, i sogni che avevano ora non esistono più. Dolore, solo dolore. Il mio sguardo è attratto da una figura nascosta nel buio. Sono lontana, non riesco a definirla precisamente.
Mi avvicino. La testa appoggiata sulle ginocchia, le mani giunte, il viso coperto dai capelli: è una bambina. Si rifugia nel buio, sperando di non essere vista, cerca conforto nell’oscurità. Mi avvicino ancora. Piange in silenzio. Poi alza la testa, mi vede. Ha gli occhi lucidi e le guance rigate di lacrime.
«Come ti chiami?» le domando. «Farah» mi risponde.
«Quanti anni hai?» le chiedo. «Sette» mi dice. «I miei genitori e i miei fratelli sono morti durante un bombardamento, io sono riuscita a salvarmi perché sono scappata e mi sono nascosta in un’intercapedine.»
I ricordi le suscitano dolore, gli occhi le si gonfiano di nuovo di lacrime.
«Voglio scappare», mi dice «ma non so come fare. Voglio andare via».
Le offro il mio aiuto, le dico di venire con me nel mio paese, in cui almeno troverà la pace ad accoglierla. Lei mi guarda, i suoi occhi sono fiduciosi e pieni di speranza. Non posso deluderla. Non voglio deluderla. Voglio vederla sorridere, sicuramente il suo sorriso è bellissimo.
«Ho fame», mi dice. Io non ho cibo con me. «Ti cerco qualcosa da mangiare, torno subito». Ed ecco che il suo volto si illumina di un leggero sorriso, meraviglioso. Mi allontano da lei, cerco disperatamente qualcosa di cui possa cibarsi, ma non trovo nulla. Disperata continuo a cercare, ma tutti i miei sforzi sono vani. Poi guardo nelle mie tasche e trovo un piccolo pacchetto di biscotti rimastomi dal viaggio in aereo. Corro per portarglieli, ma due uomini la stanno portando via. Lei non può nulla contro di loro, è piccola, indifesa, inerme. Come una foglia spazzata via dal vento. Non posso permetterlo. Il mio cervello mi dice di fermarmi, che tanto ogni mio sforzo sarebbe inutile ma il mio cuore mi dice di andare, di provare a impedire tutto questo. Mi precipito da lei, più veloce che posso. Arrivo senza fiato.
«Non potete farlo, non potete!» grido, ma i due sembrano non sentirmi. Continuo a gridare con tutta la voce che ho in corpo ma è inutile. Allora mi getto su uno di loro, gli tiro calci e pugni, ma lui è più forte di me e mi spinge via facendomi cadere con la schiena sull’asfalto. Fa molto male, ma non me ne curo, penso solo alla vita di Farah che in questo momento è in estremo pericolo. Mi avvicino di nuovo e ancora vengo allontanata, ma questa volta da uno schiaffo in pieno viso. Il sangue inizia a sgorgare e non si ferma. Il dolore è insopportabile, ma non riesco a rassegnarmi. Vedo il suo sguardo atterrito, spaventato, sento le sue urla strazianti. I suoi occhi mi implorano aiuto, ma in quell’istante i due uomini la caricano su un furgone nero e la portano via. Io mi rialzo e con le ultime forze che mi restano gli corro dietro, ma dopo pochi metri le mie gambe cedono e io cado a terra. La vedo andare via, in un attimo. Vorrei avere visto la scena di un film, ma purtroppo mi rendo conto che è la realtà. Vorrei che fosse stato tutto un orrendo incubo, cerco di svegliarmi, ma non riesco perché non mi trovo in un sogno. Davanti agli occhi ho ancora il suo sguardo di bambina e quegli occhi che imploravano aiuto. Non li dimenticherò mai. E vivrò con la certezza di non avere fatto abbastanza per salvarla. Questo rimorso mi tormenterà per molto tempo.

Sono passati dieci anni dall’ultima volta in quel posto. Per tutto questo tempo non ci sono più tornata. Suscitava in me ricordi agghiaccianti e non mi sentivo ancora pronta per farli riaffiorare nella mia memoria. Però sono costretta a partire. Ad accogliermi non più il buio ma il sole. Non più la guerra ma la pace. Non più il dolore ma la serenità. Sembrava tutt’altro luogo. È passato molto tempo ormai e decido che è giunto il momento di affrontare il passato. Voglio tornare in quella città in cui esattamente dieci anni prima avevo vissuto quell’incubo. Riconosco il luogo esatto, nonostante i ricordi siano sfuocati dal tempo. Mi suscita tantissime emozioni, ma sono passati molti anni ormai ed è inutile cercare di nascondersi dietro al tempo passato. Mi trovo qui per il medesimo scopo per il quale sono venuta dieci anni fa: il mio lavoro di giornalista. Quando arrivai per la prima volta in questo paese ero una reporter di guerra e dovevo documentare tutto ciò che vedevo. Ora il mio lavoro è lo stesso, ma con un altro scopo: quello di descrivere un paese traumatizzato dalla guerra che vi è avvenuta. Vago per la città, in cerca di ispirazione e senza accorgermene mi ritrovo in un enorme viale. Si è fatto buio ormai e credo che sia meglio rincasare. All’improvviso, riesco a scorgere delle figure, una sotto ogni lampione della strada. Sono donne. Alcune molto giovani, quasi bambine, altre un po’ più grandi. Mi guardo intorno e la mia attenzione è attratta da una ragazza in particolare. Ha uno sguardo familiare, mi rendo conto di avere già visto prima quegli occhi. E non appena i nostri sguardi si incrociano la riconosco: è Farah, la ragazza che dieci anni fa vidi portarmi via. Mi avvicino. La luce del lampione mi abbaglia. Non credo che si ricorderà di me, è passato molto tempo per entrambe. Però voglio provarci ugualmente.
«Sei Farah?» le chiedo. «Sì» mi risponde.
«Come fai a sapere il mio nome? Chi sei?» Non mi dà il tempo per rispondere, ha capito. Mi riconosce, mi abbraccia. Entrambe piangiamo dalla gioia e dallo stupore.
«Quando quei due uomini mi hanno rapita» mi dice «mi hanno portata qui. Mi hanno ordinato di fare una cosa sola: obbedire; non mi hanno detto né a chi né a cosa, soltanto di obbedire. Io ero piccola, inconsapevole di ciò che mi stava capitando ma appena arrivata qui l’ho capito: il mio lavoro è aspettare che una macchina si fermi, salirci e fare tutto ciò che mi ordina la persona al volante». Ecco che mi si chiarisce ogni dubbio: ecco dove l’hanno portata, ecco perché l’hanno condotta via a forza. Ora tutte le mie domande, tutti i tasselli che mancavano per ricostruire la sua storia sono al loro posto.
«Tutte queste ragazze» continua «hanno avuto la mia stessa sorte. Sono state trascinate qui senza volerlo». Sono allibita e incredula. Non avrei mai voluto ascoltare una storia simile. La rabbia mi pervade e mi viene da serrare i pugni. «Tu devi scappare da qui» le dico «non puoi stare ancora in questo posto a vivere una vita d’inferno. Devi andartene, devi fuggire subito». «Non posso» mi risponde «siamo controllate giorno e notte, i nostri padroni appena ci allontaniamo di due passi arrivano e ci puntano coltelli alla gola e pistole alla tempia. Non posso scappare, rischierei la vita. E la rischierai anche tu se non te ne vai da qui subito. I nostri padroni ci impediscono di parlare anche tra di noi quando lavoriamo».
Era come se non mi avesse detto nulla: non mi importava niente del rischio; la vita mi aveva dato una seconda occasione per salvarla e non potevo lasciarmela scappare, indipendentemente dalle conseguenze.
«Non mi importa» le dico «io ti aiuterò. Ho fallito una volta e non permetterò a uomini grandi come coriandoli di decidere per te. Loro non sono i tuoi padroni, sei tu l’unica padrona della tua vita. Tu ti meriti la felicità, e non puoi trovarla qui. Lo dice anche il tuo nome: Farah infatti significa felicità e gioia».
Mi guarda negli occhi, impaurita ma decisa. Le dico di non temere e di fidarsi di me. Iniziamo a correre. Entrambe vogliamo scappare da quel luogo infernale. Non appena i due uomini ci vedono, iniziano a inseguirci. Sembrano più veloci, ma noi nel cuore abbiamo la speranza e riusciamo a tenergli testa. Non sento la fatica, corro più veloce che posso. Mi sembra quasi di volare. A un tratto ci fermiamo e ci sembra di averli seminati, ma è solo un’illusione, in realtà li abbiamo sempre alle calcagna. Sentiamo le loro grida e i loro passi avvicinarsi sempre di più; abbiamo paura ma il desiderio di libertà è troppo grande. Senza neanche rendercene conto, siamo giunte davanti all’albergo in cui alloggio.
«Questo è il mio hotel» dico a Farah «potremmo passare qui la notte».
«D’accordo» mi dice. Non v’è più traccia dei suoi padroni, come li chiama lei, forse hanno davvero smesso di cercarci. La mattina seguente propongo a Farah di prenotarle un biglietto aereo per il giorno dopo; sarei dovuta partire anch’io, il mio soggiorno lì era finito.
Accetta, così raggiungiamo l’aeroporto e ci imbarchiamo. Mi confessa di non aver mai preso un aereo e non appena saliamo si guarda intorno con aria incuriosita ma anche un po’ spaventata da quell’oggetto volante. Decolliamo. E senza curarci del tempo trascorso atterriamo. Sono tornata nel mio paese, che spero diventerà anche il suo. Usciamo dall’aeroporto. Mi chiede di sederci su una panchina.
«Grazie» mi dice «grazie per essere stata l’unica persona a prendersi cura di me, te ne sono molto grata, davvero, ma ora è giunto il momento che io prosegua da sola. Voglio raggiungere soltanto con i miei sforzi ciò a cui ambisco da quando ho sette anni».
Io le chiedo a cosa aspiri ma lei mi risponde: «Forse un giorno sentirai pronunciare il mio nome. Quando succederà, capirai a cosa ambivo». E con queste parole mi dice addio, dopo un ultimo abbraccio. Io mi dirigo verso casa; vorrei voltarmi indietro per chiederle se sia sicura, ma mi fermo e penso che sia giusto che insegua i suoi sogni da sola. Salgo su un taxi e durante il viaggio ripenso a tutti i momenti che ho passato in questi giorni. Questi ricordi non sono come la lama di un coltello piantata nello stomaco, anzi, mi fanno sorridere. Ora credo di avere davvero fatto il possibile. E riesco a convincermi del fatto che non potessi più fare nient’altro.
Sono passati sei anni dall’ultima volta che l’ho vista. Ripenso alle sue parole in continuazione; il giorno in cui avrei sentito pronunciare il suo nome però non è ancora arrivato. Annoiata, inizio a leggere un quotidiano; mi colpisce un articolo in particolare: lo stile, la forma e i contenuti sembrano simili a uno che scrissi alcuni anni fa. Colpita, continuo a leggere, voglio individuare il nome dell’autore, di cui però non c’è la firma, solo l’iniziale, la lettera F.
Incuriosita faccio una ricerca su internet; ciò che appare sullo schermo mi lascia incredula: non si tratta di un autore, ma di un’autrice e quella F sta per Farah.
È lei, è diventata una giornalista. Mi commuovo dalla gioia, non riesco ancora a crederci. Emozionata leggo l’intervista che ha rilasciato per una nota rivista: racconta la sua storia e a un certo punto parla anche di me, di come l’ho aiutata a scappare, di come me ne sono presa cura e di come si sia ispirata a me per intraprendere la sua brillante carriera di reporter. Sul mio volto appare un sorriso, un sorriso di felicità e dentro di me le auguro tutta la gioia del mondo: d’altronde il suo nome significava proprio questo.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010