Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
15ª edizione - (2012)

Traditio

La studiosa si chiude frettolosamente la porta alle spalle, riesce appena a sistemare un ricciolo nero dietro l’orecchio. Si è quasi messa a correre nei lunghi corridoi austeri dell’Università per arrivare in tempo all’appuntamento, un’occasione più unica che rara di esaminare uno degli ultimi papiri ritrovati in Siria, temporaneamente depositato nel loro archivio prima del viaggio verso la Germania.
È laureata da qualche anno in Filologia classica (scherzando si definisce una lettrice dei libri più antichi del mondo), ma la sua passione per le parole non riesce a spiegare del tutto il brivido che prova quando si trova davanti, su un tavolo di lavoro ben illuminato, uno dei suoi tesori. L’istante di vertigine che la coglie ogni volta che, con un gesto delicato come lo scorrere del tempo, apre i sigilli.
Ogni tanto fantastica su come sarebbe la sua vita se non fosse una madre separata, quotidianamente divisa tra il lavoro, la casa e la sua bimba di quattro anni, ma uno degli ignoti cronisti, bibliotecari, sapienti ellenistici.
Immagina il modo in cui la luce del tardo pomeriggio si riversava come sabbia da una clessidra rotta sulle vie caotiche e rumorose di Alessandria - il Caso onnipresente era l’unico dio rimasto all’uomo - la folla intenta a commerci esotici o all’ascolto di qualche oratore contrapposta al silenzio frusciante della grande Biblioteca, dove vivevano e morivano le centinaia di scrivani pagati dai Tolomei perché il sapere fosse raffinato, custodito, rinchiuso in uno scrigno per proteggerlo dall’ignoranza che la sua assenza creava.
Uomini che si è tentati d’immaginare privi d’età, consumati come volumi passati per infinite mani, Titani nell’affrontare la sfida di riordinare le parole che affluivano ricche come il Nilo da ogni angolo del mondo conosciuto, mentre trascorrevano anni e anni, un secolo dopo l’altro. Un giorno uno di loro avrà disteso davanti a sé un foglio nuovo, ancora leggermente verde, e impugnato un pennellino fine per poter copiare un ultimo testo prima del tramonto… Forse avrà scosso la testa in segno di disapprovazione, un po’ seccato per la difficoltà di decifrare la pessima calligrafia dell’autore, quei caratteri greci attorcigliati come graffi su una pietra. E poi una goccia d’inchiostro, come una lacrima, sarà scivolata sulla pagina dal pennello sospeso, e sarà rimasto immobile, incantato da ciò che anche lei, duemilatrecento anni dopo, sta leggendo:
La luna piena splende sugli edifici della ben costruita Lesbo, versa a piene mani la sua luce anche sulle mura del tiaso, leggermente discosto dalle altre case, già abbracciato dagli oliveti che mormorano lievi al vento notturno. Lunga è la notte e io veglio da sola, la lucerna nella stanza spoglia rischiara le ultime ore d’oscurità, mentre il riposo rifiuta di scendere sui miei occhi stanchi.
Per sfuggire all’insonnia e all’attesa, due compagne che sempre più spesso mi fanno visita, senza far rumore mi getto sulle spalle un mantello di lana, infilo i sandali e scendo di soppiatto la scala; passando per il portico sfioro le colonne presso cui sono ammucchiati i boccioli di rosa, i gigli, le viole con cui intrecceremo le ghirlande di domani… Con l’alba verrà il giorno di festa consacrato ad Afrodite, all’inizio di ogni estate, dopo il quale le ragazze ormai adulte lasceranno il tiaso per avviarsi alla loro vita di donne e di spose.
Percorro con qualche esitazione il sentiero che pure conosco così bene, ma i sassolini chiari brillano nel riflettere l’argento del cielo, non nascondono la via che conduce alla scogliera. I grilli assordanti e le rare grida di civetta sono lentamente sostituiti da un rumore più cupo, profondo come il battito di un cuore divino, quello delle onde che si infrangono possenti contro rocce ancora invisibili.
L’ultimo tratto è più ripido, non appena riesco a raggiungere la cima crollo a sedere su una grande pietra piatta, e per un po’ di tempo il mio respiro affannoso sovrasta persino il fragore della risacca. Sono vecchia, ormai, più di quanto voglia ammettere, e più di altri mi tocca sopportare il peso dolceamaro della memoria.
Mi sembra sia stato appena ieri il giorno in cui Cleis danzò in mezzo al cortile consacrato, davanti all’altare fiorito della dea… i suoi piedi più lievi di colombe tracciavano cerchi perfetti nella polvere, i veli bianchi della veste fluttuavano intrecciandosi ai riccioli neri, come dita luminose tese verso il sole nascente.
Una figlia cresciuta con amore che diventa moglie, c’è forse gioia più grande per una madre? Metti da parte la preoccupazione (lo sposo scelto dal padre viene da lontano, certo, ma sembra un bravo giovane e per di più ricco, sicuramente la renderà felice), soffoca la nostalgia quasi fisica che ti coglierà nelle ore brevi in cui tesserete insieme il suo corredo e le vostre parole, siano chiacchiere o canti condivisi, s’intrecceranno complici sopra il fasto delle porpore e il ticchettio monotono dei telai.
Dopo il suo matrimonio non condividerete più le stesse stanze, non mangerete alla stessa tavola, non attingerete l’acqua a un unico pozzo né vi recherete ai medesimi templi. Certamente vi scriverete, braccia di papiro si tenderanno tra di voi segnate da un affetto che non conosce distanze né confini, e ci sarà qualche viaggio per nave, in onore di nascite e morti. C’è sempre da pregare che non coincidano, si sa che il primo parto è un’incognita, non sempre le levatrici e i loro rimedi possono… Si aspetta, nient’altro.
Per tre giorni, Cleis amata, ti ho tenuta per mano. Poi sono andata avanti, senza cetra né altri versi inutili (quale dio si è commosso per loro?) ho insegnato e oggi mia nipote, coronata di fiori, danzerà con quei veli che per me sono immobili da quattordici anni.
Affido tutte le parole assenti alle lacrime e al mare.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010