Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
15ª edizione - (2012)

Il cielo sempre lo stesso

Il cielo era sempre blu, sporcato da bianche forme sbilenche, come l’opera di un pittore distratto incurante di rispettare i bordi.
Le ombre degli alberi si stagliavano minacciose su Alice: sfioriti e spogli, le apparvero come le affusolate dita di un gigante malvagio.
La ragazza sobbalzò e rivolse lo sguardo verso l’altro gigante, quello immenso e immutabile che si estendeva sopra il suo capo e improvvisamente si sentì a casa. Le tornò alla mente quando, con il naso schiacciato contro il vetro, dietro le tende a pois della casa in campagna della nonna, osservava il cielo e si chiedeva come facesse a essere così grande. Lo immaginava come un padre amorevole che cingeva tra le sue braccia le stelle, il sole e la luna e si faceva amare dagli uccelli.
Anche lì si trovava in campagna, ma in un ambiente ostile e aspro; niente a che vedere con quell’odore di crostate alla frutta, borotalco e acqua di colonia che aleggiava in casa della nonna Agnese. Si rese conto che, ogniqualvolta pensava alla campagna, l’associava alla figura della donna.
Dio, quanto le mancava!
Era tutto silenzio intorno a lei, una dimensione quasi surreale.
«Ma dove sono?». Istintivamente frugò nelle tasche dei suoi jeans consunti alla ricerca del ciondolo della nonna. Era un vecchio cuore, di quelli che si aprivano. All’interno c’erano due vecchie fotografie ingiallite, una era la nonna, l’altra sua sorella, una bella ragazza dai capelli corvini e dagli occhi ridenti. Alice chiese più volte di raccontarle qualcosa di quella prozia mai conosciuta, ma la nonna, titubante, sviava il discorso e smetteva di sorridere. Col tempo la ragazza smise di chiederglielo, perché se c’era una cosa che amava era il sorriso acceso di vita di quella vecchia signora.
Adorava quel ciondolo; da bambina, appena la nonna si appisolava sulla sua poltrona rossa con un libro aperto sulla ginocchia, lei scivolava silenziosa nella sua camera da letto. Sopra il comò c’era un piccolo portagioie nero con delle rose rosse dipinte sopra. Alice lo apriva e vi affondava le mani dentro. Si faceva scorrere tra le dita le perle delle collane, si provava quegli orecchini rotondi a clip che tante volte aveva visto indossare vanitosamente dalla nonna e guardava divertita la propria immagine riflessa allo specchio.
Poi tratteneva il fiato; sapeva benissimo cosa avrebbe trovato sotto quegli strati di perle, collane e orecchini. Eccolo lì il ciondolo; il tempo l’aveva un po’ annerito. Era proprio in quei momenti che la nonna faceva irruzione nella stanza e glielo strappava malamente dalle mani. «Ti ho detto tante volte che questo non si tocca. È un ricordo. Ma prometto che quando morirò, spetterà a te.»
Alla parola morte, Alice rabbrividiva. «Non morire mai, nonna, ti prego» e le si buttava addosso riempiendole il petto di lacrime.
«Ha bisogno, signorina?»
Una giovane donna si materializzò dietro di lei, gettando un’ombra sulla sua figura. Aveva qualcosa di familiare: quel viso e quella voce l’aveva già udita. Ma dove?
«Stavo…» Alice si tirò su dal masso su cui era seduta e si allacciò il giubbino fin sopra la gola… «Stavo solo… pensando».
Alzò gli occhi e si trattenne dal non riderle in faccia. Quella sconosciuta indossava un abito giallo a rombi neri che arrivava fino al polpaccio con tanto di sottana, uno di quei capi degni da mercatino delle pulci; portava le calze di pizzo arrotolate e abbinate a un paio di sandali col tacco alto.
Neanche sua nonna vestiva in quel modo.
Alice si sentì gelare il sangue nelle vene alla vista del ciondolo che la donna portava al collo. Freneticamente, cercò nelle tasche. Erano vuote. Quello che la donna vanitosamente indossava non aveva dubbi che fosse il suo, o meglio, quella della nonna, prima che morisse.
«Ladra!» la insultò. «Ridammi il ciondolo, è mio!».
Le si buttò addosso, pronta a sferrarle un pugno, se necessario.
Gli anni di karate avrebbero dato i loro frutti e poi il papà le aveva sempre ripetuto quanto fosse importante l’autodifesa. «Con i tempi che corrono», diceva.
La donna si portò le mani al collo in senso protettivo. «Voi siete matta, questo è mio».
Poi scappò lungo la strada sterrata con il ciondolo stretto in pugno. Correva, correva veloce, sbandando come un bambino ai primi passi. Alice, frastornata e piena d’ira, osservava quella strana figura gialla a rombi neri che si perdeva in un mare di grano.
«Non me lo porterete via! È tutto ciò che rimane di mia sorella!». Si voltò di scatto e continuò a correre. Adesso non si scorgeva altro che una chioma scura rimbalzante. Sua sorella…
«Ferma!» Alice arrancò dietro alla donna, cercando invano di raggiungerla. «Ti prego, fermati!» bofonchiò ormai senza fiato.
La donna arrestò la sua danza e si voltò verso la ragazza.
«Che giorno è oggi?»
«Martedì» rispose la donna con tono più dolce.
«Oggi è giorno di mercato in piazza, anche se con pochi banchi. Sai, la guerra…»
«La guerra!?»
«Sto sognando, è solo un incubo. Adesso mi sveglio e tutto passa.»
Prese a pizzicarsi il viso ripetutamente, ma non riusciva a svegliarsi. Quella donna era sempre davanti a lei.
«Vi sentite bene?» chiese la donna, provando grande tenerezza nei confronti di Alice.
In fondo era solo una bambina. La donna immaginò che i suoi genitori fossero morti e lei si trovasse improvvisamente sola. Sarebbe stata comprensibile la sua pazzia.
«Quale guerra!?». Adesso aveva un tono decisamente disperato; sentì che le lacrime stavano per inondarle il viso. Non era un brutto sogno, era qualcosa di surreale e stava capitando proprio a lei. Questa mattina stava per andare a scuola; poi, al momento di salire sull’autobus, aveva cambiato rotta e si era diretta verso il cimitero. Le mancava la nonna.
Ora la donna non aveva dubbi: Alice era proprio matta. Chi non sapeva della guerra? D’altronde si sentiva e si assaporava anche nell’aria. La sentivano i bambini che non potevano più giocare in strada, le donne che ormai cucinavano per una persona in meno e con un posto a capotavola sempre vuoto; la sentivano gli uomini che vedevano un vecchio amico spegnersi al loro fianco, gli uccelli che non volavano più spensierati, il sole che non irradiava più la stessa brillantezza, i cani, i fiori, le piante e il cielo. I bambini non riuscivano più a gustare i loro piatti preferiti, quei piatti che si attendeva il giorno di Natale per assaporare. Persino la torta alla panna non aveva più lo stesso sapore, così come il pan di spagna, il latte e le fragole. C’era un retrogusto amaro, adesso.
Sapeva di Guerra.
«Venite con me, signorina».
Cinse Alice con un braccio e la guidò amorevolmente verso casa. Le posò una mano sulla fronte. «Siete bollente!».
Si abbandonò alla stretta di quella sconosciuta e si lasciò guidare.
«Stamattina era il 2011… Un viaggio nel tempo? Non è possibile».
La donna non le prestò attenzione più di tanto, era chiaro che stesse delirando.
«Perdonatemi il disordine, non aspettavo ospiti».
Con un calcio spinse la vecchia porta cigolante e la richiuse veloce dietro di sé.
«Spogliatevi, siete tutta sudata», le ordinò poi in tono perentorio.
Alice, come un automa, obbedì e si infilò la camicia da notte che la donna le aveva preparato. Era decisamente troppo grande per lei.
«È la più piccola che abbia trovato», disse, come a volersi giustificare.
«Non importa», mugugnò la ragazza.
Il pizzo le procurava un fastidioso prurito al petto e i volant la facevano sembrare un pinguino.
La donna soffocò una risatina e l’aiutò a infilarsi sotto le coperte, appoggiandole, intanto, un panno bagnato sulla fronte.
Alice nel giro di pochi minuti si addormentò e scivolò nel mondo dei sogni.
I sogni che popolarono la mente della ragazza furono angoscianti e confusi; se fosse stata più piccola, sarebbe scappata nel lettone dei genitori e si sarebbe rifugiata nelle braccia della madre.
La donna, seduta ai piedi del letto, ripiegava i vestiti della ragazza, lanciandole, di tanto in tanto, uno sguardo preoccupato.
«Verrà da Parigi per vestirsi in questo modo. Si sa che le mode le inventano tutte lì.»
Poi scrollò le spalle e andò in cucina a preparare un the.
Quando Alice si destò dal suo sonno angosciante, stentò inizialmente a capire dove si trovasse. Il sole filtrava attraverso le persiane, conferendo alla stanza un aspetto luminoso.
Stropicciandosi gli occhi, si mise a sedere sul letto. La donna, il vestito giallo, il ciondolo e quello strano avvenimento, fecero lentamente capolino nella sua memoria.
La stanza si presentava spoglia e austera. Niente più del necessario: un letto a baldacchino che poco c’entrava col resto, un piccolo scrittoio in legno sotto la finestra e un cassettone impolverato su cui era poggiata solitaria una spazzola argentata. Anche la nonna ne aveva una uguale. Su una mensola accanto al letto, poi, giaceva un libro. Alice lo afferrò e, come di consuetudine, affondò il naso tra le pagine, inspirandone a lungo l’odore. Scivolarono due fotografie e si affrettò a rimetterle esattamente dov’erano. Non voleva passare per una ficcanaso.
Subito avvertì un brivido percorrerle la schiena, non poteva crederci. Ricordò un’identica fotografia, inserita in un’elegante cornice in legno e avorio, appesa sopra il letto della nonna. Ritraeva una famiglia: un uomo dal cipiglio severo che poggiava un braccio sulle spalle della moglie in senso protettivo e due bambine, ai piedi della mamma, che fissavano l’obbiettivo con occhi sbarrati. Alice non aveva mai compreso il motivo di tanta austerità in quei tipici quadretti familiari. Improvvisamente tutto le apparve più chiaro: il viso tanto familiare di quella donna, il ciondolo, la guerra, la spazzola…
Quante volte aveva espresso al cielo il desiderio di rincontrare la nonna e adesso eccola lì, faccia a faccia con sua nonna ragazza. Si prese la testa fra le mani e iniziò a singhiozzare. Come poteva essere intrappolata in una dimensione del passato? Avrebbe voluto tornare a casa, quel mondo non era il suo.
I gemiti della ragazza attirarono l’attenzione della donna che, con passo spedito, nonostante reggesse tra le mani una tazza di the, giunse in camera da letto.
«Va tutto bene, signorina?».
Come poteva dirle che lei, cinquant’anni più tardi, sarebbe stata sua nipote?
«È solo che mi mancano i miei genitori…».
«Povera piccola…» disse piena di comprensione, accarezzandole i capelli. «Sono morti?».
Alice fece le corna verso il basso, in segno di scaramanzia. «Già».
«I miei sono morti quando io e mia sorella eravamo molto piccole. Tubercolosi, sai no?».
«Quanti anni hai adesso?».
«Diciannove, compiuti l’altro ieri».
Se aveva diciannove anni, significava che si trovavano nel marzo del 1945. La guerra stava per finire, da lì a poco le donne avrebbero potuto votare e nel giro di tre anni in Italia sarebbe entrata in vigore la Costituzione repubblicana. Ma questi particolari si guardò bene dal pronunciarli.
«E tua sorella?» Alice pronunciò la fatidica domanda, quella a cui non ebbe mai risposta nel corso della sua infanzia.
Agnese si irrigidì e, prima di parlare, sentì il bisogno di schiarirsi la voce con qualche colpo di tosse.
«Mi sembra inutile dirti cosa sia successo il 10 giugno del 1940».
Fece una pausa, estrasse un fazzoletto, si soffiò il naso e continuò: «Tutti erano felici di questa guerra. Poveri illusi, si pensava durasse poco. Quando mai una guerra dura poco, mi chiedo. I morti, quelle vite spezzate, perché dovrebbero durare poco? Non è un gioco, alla fine non si annulla tutto».
Un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero, se non ha libero accesso agli oceani. Questo sosteneva il Duce dal balcone di Palazzo Venezia. E tutta l’Italia, con la radio appoggiata sul tavolo della cucina, ascoltava le sue parole. Finché poi quelle fatidiche, quel giorno di fine primavera del 1940: Popolo Italiano, corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!
Alice annuì, conosceva quelle parole.
«I miei genitori morirono entrambi nel 1941, a distanza di poco tempo. Non avevamo parenti, così all’età di quindici anni mi ritrovai da sola con una ragazzina di dodici. Era la mia forza».
Deglutì e cercò di ingoiare quell’enorme groppo fermo in gola.
Alice sentì un brivido percorrerle la schiena. «Forza, no…».
Si corresse prima che la donna se ne accorgesse. «Forza, Agnese!».
«Renata, mia sorella, si innamorò del nostro vicino, Simone. Ero contenta che qualcuno le stesse vicino, più di quanto potessi farlo io. Renata vedeva in Simone quella famiglia che la guerra ci aveva negato. Non avevano paura insieme, dicevano che nulla li avrebbe divisi. E in effetti così è stato. Simone finì ucciso dai tedeschi nel 1944. Era un partigiano, uno che aveva avuto il coraggio di ribellarsi. Da quel giorno Renata fu ancora più forte e ostinata di prima, mai una volta che la vidi piangere o disperarsi. Diceva che voleva prendere coscienza degli ideali per cui lui era morto. Così entrò anche lei a fare parte delle staffette. “Renata, non andare, ti prego! Resta con me!”. «Erano inutili le mie preghiere, lei sosteneva di non avere paura della morte. “Sono innocente, non devo temere Dio. E poi rincontrerei Simone”. Cos’altro potevo dirle io, se non quel “fa’ attenzione” a volte gridato, a volte sussurrato quotidianamente nell’orecchio?
«Così lei montava in sella alla sua bicicletta e andava incontro ai suoi ideali. Ogni giorno, giunta alla fine della strada, alzava il braccio e mi mandava un bacio.
«Otto mesi fa, come ogni mattina, Renata uscì con la sua bicicletta e le sue sporte piene di cibo. Come ogni mattina la pregai di fare attenzione e lei, come ogni mattina, mi mandò l’abituale bacio volante. Erano un po’ di giorni che tre crucchi la tenevano d’occhio. A quanto pare quella ragazzina dai capelli neri e le lentiggini aveva richiamato la loro attenzione. Non le diedero neanche il tempo di svoltare l’angolo, accadde tutto sotto i miei occhi. “Parteigänger!” gridò uno. “Ferma!”.
«Renata provò a scappare, pedalò veloce, ma sembrava che quella vecchia bicicletta arrugginita non volesse saperne di muoversi. Io ero come pietrificata, se solo avessi avuto il coraggio di intervenire, magari adesso sarebbe ancora qui. Non me lo perdonerò mai. Nell’aria rimbombarono pesanti i colpi: uno, due, tre. Renata rotolò a terra e accanto a lei cadde la bicicletta. Il rumore acuto del campanello della bicicletta che piombò sul terreno risuonò nell’aria. Poi, il silenzio».
Agnese si interruppe, asciugandosi frettolosamente una lacrima.
La nipote provò una grande tenerezza per quella ragazza cresciuta troppo in fretta. Avrebbe voluto abbracciarla e dirle di stare tranquilla, che avrebbe trovato anche lei il grande amore da lì a pochi mesi, che quell’uomo l’avrebbe sposata e sarebbero andati ad abitare in una ridente casetta. In quella casa dal parquet scivoloso e cerato, le tende ricamate alle finestre, le fotografie d’epoca appese ai muri e la libreria zeppa di libri, avrebbe avuto due figlie e poi sarebbe arrivata anche lei.
Agnese si alzo dal letto, aprì un cassetto e le porse una lettera.
«Guarda, questa la trovai affianco al cadavere di mia sorella. Le sarà scivolata da una tasca».
Alice la prese, le dite le tremavano, si sentiva a disagio, come se stesse rubando una parte del passato.
Non hai idea, caro Simone, di quanto la tua mancanza mi laceri l’anima. Cerco di deviare il tuo pensiero, concentrandomi sulle cose belle che la vita ci offre: il frinire dei grilli al tramonto, l’odore della pioggia e i colori dell’arcobaleno dopo la tempesta. Il sorriso di mia sorella quando sente il rumore cigolante della mia bicicletta sulla strada di casa e il modo in cui mi pettina i capelli prima di andare a dormire. Cerco di imprimerli nella memoria, non appena sento il ricordo di te che si avvicina. Ma alla fine riesci sempre a entrare nel mio cuore.
Ripensò a quella scrittura minuta ed elegante, intrisa d’amore e venne afflitta da un’ondata di nostalgia. Senza quasi accorgersene, abbracciò stretta la donna. Agnese era visibilmente in imbarazzo, ma ricambiò il gesto, pensando a quanto fosse contenta di aver trovato un’amica. Quell’abbraccio fece sentire a casa Alice, esattamente come sarebbe successo anni e anni dopo, quando Agnese aveva ormai i capelli bianchi e le rughe le solcavano il viso, ma la voglia di raccontare e vivere non l’avrebbe mai abbandonata.
«Oh Alice, quanto mi hai fatto preoccupare!». La ragazza sobbalzò e si trovò persa in un altro abbraccio, quello di una madre preoccupata che non trovava più la sua bambina. Si guardò intorno e non c’erano né scrittoi in legno, né orrendi vestiti gialli a rombi, né guerra, né lettere scritte a mano. Era al cimitero, sdraiata sulla tomba della nonna. Quanto aveva dormito? Un’ora, forse due, o forse tutta la giornata. Il sole era già scomparso dietro le colline, stava scendendo la sera. Ripensò a Renata, a Simone e a quell’Agnese ragazza e si chiese se fosse stato solo un sogno. Probabilmente non lo saprà mai.
La mamma l’aiutò ad alzarsi da terra e le pulì il giubbino dalla ghiaia.
Madre e figlia si strinsero in un altro abbraccio e scoppiarono a piangere insieme, davanti alla tomba di quella vecchia signora che aveva dato tanto amore a entrambe.
Alice non avrebbe mai potuto dimenticarla e in quel momento comprese che una persona, per quanto lontana sia, non se ne andrà mai dal cuore e dalla mente di coloro che l’hanno amata.
Fissò intensamente la foto della nonna sulla lapide e per un momento le parve di vedere le sue labbra incresparsi in un sorriso complice.
La madre strinse forte la mano della figlia e si avviarono in silenzio verso l’uscita, tra i fiori del cimitero.
Alice rivolse uno sguardo al cielo: era sempre blu, adesso come allora.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010