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15ª edizione - (2012)

L’infelice vita della signora Manzoni

Iniziare, era quello che la signora Annina Edda Manzoni non era mai riuscita a fare, motivo per cui il gravoso compito di raccontare la sua storia, cade sulla mia volontà. La sua vita rischiava di perdersi fra la polvere del tempo e la bocca di millantatori in ossa e carne.

Tutto iniziò quando McCartney e Lennon decisero di abbassare l’accordatura della chitarra di 2 semitoni, è ora che arrivi il sole, sono queste le parole, unite al tono sottratto, che fanno scoppiare una reazione nostalgica nella signora Verza, a quei tempi signorina; una sensazione di nostalgia del presente inafferrabile, già qui e già scomparso, e così decise di ballare da sola. Si ritrovò al centro di quella stanza così grande e piena di gente, ma nessuno si muoveva, tutte statue di se stesse, mute e immobili.
Vista, derisa e dimenticata subito dopo, tutto tornò plumbeo ma lei si era decisa a danzare in eterno, fin quando Ernesto fu colpito da un pugno bullo, e, sdraiato a terra in una vista capovolta, vide lo spettacolo di quel fiore, Verza, muoversi come le nuvole leggere e in quell’istante colpito per la seconda volta, Ernesto si svegliò. La folgorazione decise per lui di ballare in eterno allacciato a quel vestito.
E così Ernesto e Verza cinque anni dopo diedero vita ad Annina.

Edda, che si faceva chiamare così perché il suo vero nome le dava un sapore di puerilità, non vide mai lo spettacolo dei fiori danzanti, ma sentì solo accenti sgradevoli su parole meschine, e quelle minacce di omicidio, così irreali anche quando il papà prendeva il coltello, sembravano solo scene teatrali.
Probabilmente lei vorrebbe raccontarvi la storia d’amore più bella, mi ritrovo invece a dover parlare del girone peggiore dell’inferno: la terra stessa.
Era un giorno qualsiasi, freddo e soffuso da un sole annebbiato, e probabilmente fu la nebbia, unita all’odore di zuppa di cipolle, che Ernesto proprio non poteva sopportare, che annebbiò la mente del giovane padre, e così, in preda a una rabbia, piacevole ma che colpiva come un naso imbiancato il cervello, provò un senso di onnipotenza, poter decidere la vita o la morte di qualcuno; e così Annina si ritrovò orfana, un Vuoto di emozioni dentro.

Il lento gocciolare eterno lasciò scorrere la sua vita in un fiume senz’acqua, niente che valga la pena scrivere, fin quando si ritrovò a dover scegliere la sua vita: finiti gli studi classici, scoprì il suo Vuoto; accese la torcia in quella caverna, senza luci né uscite, in uno splendido giorno di maggio.
Nessun albero in particolare le piaceva ma a un tratto, si fermò immobile, come le vittime di Stendhal, a mirare una foresta nel pieno della sua bellezza. Nel cielo era in corso una battaglia tra le masse d’acqua, le une, nere di rabbia, promettevano di inumidire qualsiasi cosa, le altre, indaco al lume del sole, che tentavano di riportare la quiete nell’etere; l’epico scontro mosse l’oceano d’aria, che dondolava i suoi velieri carichi di tesori profumati attraverso tutta la vallata. Frusciavano i colori e l’animo suo al volere di Borea e, immersa in quello spettacolo e accarezzata dal Tivano, colse i misteri di quel silenzio melodico. E in quella improbabile fusione sbocciò l’idea di vita. Annina-Edda prese così coscienza del Vuoto, e ora tutti i suoi sensi erano collegati fra loro per dare una risposta a quell’eco, che le domandava una sola cosa, cosa ne sarà della vita ? Passarono nei crocevia neuronali circa 30 esistenze diverse, forse già vissute e morte, ma poteva lei scegliere qual era la migliore, la più felice? e così, lei che non aveva mai avuto emozioni, fu scossa dalla paura che respira, e decise di spegnere la fiamma di Prometeo e di non rimettere mai piede in quel Nulla.

E per altri 20 anni non ci fu sintomo di vitalità, che non fosse lo scorrere dei sensi. Neanche quando si sposò riuscì a provare gioia vera, ormai la vita era per la lunga già andata, senza spessore, una clessidra già vuota, un lento ticchettio dell’orologio (digitale) della morte.
Lei lasciava ai soldi il suo esistere; nei soldi vedeva l’emozione di migliorare, spesa per spesa, la nuova lavatrice le permetteva di guadagnare tempo, il tempo è denaro , lei comprava per riempirsi e per ogni giorno aveva una spesa da fare; martedì: giorno dei vestiti, terzo giovedì: giorno del messicano, mercoledì: giorno della verdura (spostato al lunedì), una intricatissima rete di impegni in automatismo, questa era la sua Vita.
Il resto era pressoché inutile, la musica, la pittura, non capiva proprio come si potesse perdere tempo in sciocchezze del genere, non capiva neanche la leggerezza della danza, per non parlare della scrittura, se esistono le parole saranno per comunicare mica per leggerle, quello serve ai bambini per imparare a distinguere rosso da rospo; ora che ci penso, c’era qualcosa che le piaceva, erano le vite fittizie, e amava terribilmente passare non solo il tempo davanti alla TV, ma ancora di più la intrigava inventarsi storie parallele tra i suoi personaggi preferiti, dialoghi, scene. Questo lo amava.
Annina credeva, come tutti del resto, la sua esistenza la più felice fra tutte, era sposata, avevano un figlio, aveva una storia drammatica da raccontare, e una macchina veloce e la casa profumava di lavanda e niente era fuori posto, ogni cosa aveva il suo cassetto e la sua utilità, gli angoli erano ricoperti di gomma piuma nel caso il piccolo decidesse di scontrarsi e infastidire tutti con il suo pianto, e ogni capo aveva un’etichetta e il suo appendiabito. La catalogazione serviva all’inserviente per il lavaggio, quando gli aveva dato il suo vestito preferito di un color bianco, candido come la neve, e che ora era rosa salmone, che disgrazia, come quella volta che le aveva cucinato la tanto temuta zuppa di cipolle, non riuscì più a perdonarla.

La cosa a cui teneva più di tutte era la sua routine, era più precisa dell’ora stessa, e così, quando arrivò al lavoro 5 minuti prima del solito, le segretarie tirarono gli orologi all’ora Annina, ma non erano gli orologi a essersi sbagliati, era lei il problema. Si sentiva in colpa per essere andata a frugare tra i messaggi del marito. E così era dovuta sgusciare via di casa. Il tutto per cercare quanti erano i cavolfiori che gli aveva detto di comprare, e, ovviamente, non li aveva comprati, e così tutto cadeva di nuovo sulle sue esili spalle. Di fatto non scoprì il numero dei vegetali ma solo il numero di quella sgualdrina che ora le aveva rovinato la giornata e che era riuscita a portare indietro gli orologi. Suo marito la tradiva ma non poteva dirglielo, perché significava che aveva violato la proprietà privata del suo telefono, cosa ben più grave di una scappatella, e così dovette fuggire da casa 5 minuti prima del solito e il giorno dopo furono 10 minuti e la settimana dopo 30, fino al punto che le segretarie dovettero cambiare gli orologi e Annina cominciò a vivere per il lavoro, non potendo sopportare la sua colpa e quella del marito, colpa che si annidava per i corridoi della casa ma non nella scrivania al lavoro, e così partiva presto la mattina e tardava la sera, con la scusa del lavoro arretrato, lasciando il piccolo in balìa della balia, e povero ora che ci ripenso è diventato uno di quei giovani che cercando la luce in quella caverna vuota si perdono, si era ripromesso di dare un senso a quel vuoto, di trovare se stesso, non voleva fuggire da sé come i genitori!! Peccato l’overdose…

Tutto cambiò quando un lunedì, il giorno in cui si va a comprare il pane , Annina sentì vociferare e sentì il nome di suo marito, unito al proprio dal verbo tradire, e capì che i cavolfiori ancora nessuno li aveva comprati e il lunedì diventò così anche il giorno della spesa-verdura.
Ci si aspetterebbe per lo meno qualche domanda sulle voci di paese, ma Edda non è tipo da domande e tanto meno da risposte, non per pigrizia, è soltanto un meccanismo di autodifesa, una specie d’oblio: sigillare gli occhi del giudizio.
In fondo: occhio non vede cuore non duole.
Una volta a casa, e trascurato il suo piccolo che chiedeva da dove diavolo sbucassero le formiche e l’edera, vide suo marito con un sacchetto di cavolfiori.
Lui probabilmente capì il messaggio e arrossì, a quel punto incomincia l’atto primo della commedia.
«Ma, cara, te l’avevo detto che mi sarei ricordato io dei cavolfiori.»
«Oh che sbadata! …cavolfiori …sì il messaggio, cinque… ma sono proprio un disastro! ne ho presi quattro.»
«Annina ma il messaggio l’hai mandato settimana scorsa e già non ti ricordi i numeri?».
«Il lavoro sarà! o magari l’età.»
«Eh, tempi bui… tempi bui… la crisi… piovoso oggi no?».
«Ma no, non sei schifoso ! che stupidino…».
(sospiro)
«Vista la pioggia?».
«No, sono un po’ stanco».
(Il marito accende la TV)
Conclusa la scena, Annina si ritrova a pensare, e pensa, pensa…
“Proprio sbadata, oggi è il giorno in cui mangiamo la carne, e i cavolfiori? andranno male… fino a giovedì… forse… ma forse dovrei anche chiedere di quel messaggio… magari ha sbagliato numero…proprio così… che figura in paese, io Edda farei la figura della vecchietta e lui quello che va con le ventenni… forse usa più rossetto… cavolfiori bolliti… li mangerò bolliti e lui la carne, poco burro… il colesterolo sennò… in fondo mi ama, e poi, se non se ne parla, capirà il suo posto da solo… la crisi… eh! tempi bui. Ma il lavoro c’è, eccome, in fondo basta volerlo, io lavoro… pensa se in paese ci vedono sbattuti fuori di casa …oh Gesù salvaci tu… straordinari, proprio cosi, si tratta solo di farli…”.
E così era già seduta a tavola per mangiare, lei i suoi cavolfiori e lui la sua carne, e inizia l’atto secondo:
«Mi passeresti il sale e l’olio?».
(colesterolo)
«Cara, ti avevo chiesto anche l’olio e già che ci sei anche il pepe.»
«Scusa caro, ma non ti avevo sentito.»
«Come sono i cavolfiori? buoni?».
Annina in quel momento subì un salto neuronale, intuito da donna, arrivò alla fine della catena associativa: la sgualdrina.
Non sapeva cosa rispondere, trovata la scusa disse : «Ma sì… tu mi ami in fondo?».
«Certo, e anche la mia carne è ottima».
Risolto il dilemma, tornò a tranquillizzarsi, la sua vita era lì ancora in ordine perfetto ed erano innamorati e lei lo sapeva, il vero amore non bussa due volte, magari a furia di cercare avrebbe sicuramente irritato il marito, come quella volta che gliene mandò a dire due, e se ci ripensa gli fa ancora male la guancia.
«Promettimi che scapperemo un giorno, quando lui sarà grande e all’università… magari Africa, Australia!».
«Certo.»
Peccato che Edda non avesse mai viaggiato in vita sua, mai un passo fuori dall’Italia, in fondo se era felice lì non aveva bisogno d’altro, il suo paese, i colloqui con le amiche, il pane caldo e il caffè al bar, non poteva sperare di più!
«Non vedo l’ora di partire.»
«Anch’io.»
E soffuso rispose il conduttore : «E questo milione va a voi!!!».
Qualcuno aveva sconfitto quell’invincibile crisi, Il futuro diventava sempre più roseo.

Passarono altri giorni di placida gioia, ma si sa la sfortuna è il tipo di fortuna che non manca mai.
Era Venerdì, pioveva, e al lavoro, come al solito, Mr. Mackenzy pretendeva ordine e rigore, ma soprattutto l’omologazione alle macchine, quindi zitti e senza lamentele, se non per qualche guasto tecnico, e così lei si ritrova a lavorare sottopagata, con altre schiere di persone, che in fondo però non se ne preoccupavano, la vita è altrove! Ed era ciò che il terribile direttore sapeva, e ci marciava sopra, ogni minimo focolaio di rivendicazione di diritti andava stroncata, e Mr. Mac poteva sfruttare i suoi dipendenti a piacimento.
Annina si trovava in pausa dall’oppressivo lavoro giornaliero, quando dall’angolo svoltarono le scarpe autoritarie di Mr M., che passarono talmente vicine all’Anna, che l’indice pungolante involontariamente le sfiorò le natiche, tornando in sé, Mac ammonì la scansafatiche, aiutato dall’indice in una serie di gesti equivoci. Annina si ritrovò davvero lusingata, aveva frainteso la scena, e con il viso da soap opera si sentiva viva, per lo meno di gelosia. Voleva vendicarsi del marito. Rincorse il direttore fino all’ufficio, ora solo la porta la separava dalla vita da harem fatta di oppio, amanti e assassini, convinta dall’arcano, entrò. In preda a ormoni dimenticati, giurò di saltargli addosso, piena di fuoco com’era, al suo solo tocco. Il direttore gelido scambiò quell’entrata per una rivendicazione di diritti sindacali, e in uno schiocco di dita spedì tutto quel furore a spegnersi sotto la pioggia.
Annina si ritrovò umida, senza lavoro e senz’amante. Per la prima volta tornava a casa in anticipo, quella casa era peggio di un secondo impiego, toccava tutto a lei; cucina a basso contenuto calorico, ferro da stiro, e lavare il parquet, tutto tranne il lavaggio etichettato, compito affidato all’inserviente. Annina a volte si chiedeva perché tenerla, ma in fondo lo sapeva, era un caprio espiatorio per qualsiasi cosa non andasse bene, anche per la resina che puntualmente rovinava il rosso della macchina, maledetto abete, era lei la causa, ma era anche l’unica a sopportare la sfilza di perché in pannolino.
Dopo un viaggio in autobus e una camminata bagnata, si ritrovò davanti al citofono, pronta a schiacciare quel pulsante comodo, quando qualcosa all’altro capo del bottone iniziò a gracchiare, ed era proprio la voce di suo marito, ma con chi parlava ? forse da solo, ah no, ecco l’altra voce, l’inserviente, sarà stata quella sbadata a non aver attaccato il citofono, ma l’amore cosa c’entra nel discorso? Quasi scoppiò in lacrime Annina, pensando che quella confessione d’amore fosse per lei, una dolce sorpresa, magari una lettera in fase di stesura, ma rimase senza respiro, quando entrando di slancio, dopo aver deciso di non premere il comodo bottone e di fare a sua volta una sorpresa al marito, vide l’inserviente abbracciata al proprio marito.

Solitamente cose così complicate vanno orchestrate al meglio, per incitare la suspense, ma son tempi bui e direttori d’orchestra e scrittori scarseggiano; mi devo arrangiare. La cosa si svolse più o meno così. Il marito, dopo mesi di amore segreto, si era deciso ad approfittare dell’assenza della moglie per architettare la fuga insieme all’amante, l’inserviente. Il piano era di uscire da quella prigione che legava i loro cuori, sbarazzarsi della vecchia, la povera Annina, e in merito c’era un progetto di omicidio che sarebbe sembrato un suicido per il troppo stress, o semplicemente, ma anche notevolmente meno romantico, una visita al caro vecchio avvocato che con un colpo di penna poteva sistemare proprio tutto, ma nel momento più divino, dopo essersi promessi amore eterno, e nel mezzo di un bacio appassionato entrò Annina, che lì per lì pensò che l’inserviente fosse svenuta, ma non era più tempo per essere cieche e si infuriò. Minacciò il marito che avrebbe visto il bambino due volte al mese e avrebbe pagato gli alimenti, e la casa se la sarebbe sognata, il solo pensiero di una capanna d’amore lì dove c’erano così tanti suoi teneri ricordi era aberrante, ma poi, attanagliata dal passato, propose una fuga d’amore a tre, il povero bimbo lasciato in qualche convento. A un tratto però il naso di Edda intercettò uno strano sentore, nell’aria vagavano molecole di cipolla, i suoi piedi tremavano, la fronte scottava, in preda a tutti questi stimoli la pressione esplose insieme alla sua ira. Il set intero di piatti cercò, invano, la testa del marito, che nel frattempo si era innamorato in sequenza: della foga della moglie, poi della placidità dell’amante così calma e sorridente, e infine dell’irruenza della consorte, che non aveva mai visto così viva. Ma, nel momento in cui la balia aveva risposto al fuoco nemico, le due sfidanti si colpirono sincronicamente il volto e svennero entrambe. Il marito si ritrovò a dover scegliere tra le due, e riuscì a escogitare un piano per ogni scenario: far credere alla moglie che era tutto un sogno e trovare un’altra inserviente da spacciare per quella di sempre o lasciare lì l’Annina a prendere il bambino e l’inserviente e denunciare una finta crisi di nervi della moglie per poi chiuderla in un ospizio. O, come poi in realtà fece, fuggire da entrambe senza meta.

Annina si svegliò al buio, la sua sfidante era già fuggita, probabilmente in cerca di un’altra famiglia per i suoi bizzarri divertimenti; lì per lì Edda non capì l’accaduto, ma in un lampo tutto si schiarì, e lei colse tutto il disegno: era il vestito bianco diventato rosa che aveva spento l’amore del marito, in un ardito piano ruminato dall’inserviente la sua vita si era frantumata, anche se la semplice verità era un’altra, il marito insoddisfatto, di sé e di lei, del piccino, di tutto, aveva preso la balia, perché aveva saputo da un amico essere il tipo di ragazza da periodi morti. Periodo morto ? L’inserviente era solo una ragazza che si divertiva a rovinare famiglie e ridipingere le esperienze più bizzarre, e non aveva mai avuto l’idea di fuggire con l’amante, né di accasarsi. Così Annina, dopo una vacanza frenetica nella vita, tornò al normale scorrere della noia abissale, rimase senza lavoro fino alla fine, vivendo con i soldi del marito, per poi evolversi a parassita statale, con un marito che subì un infarto per il troppo stress, e che passò gli ultimi anni a lavorare più per la defunta-vita della sua defunta-moglie che per la propria salvezza mentale. Sembra come una tragedia già scritta, ma in verità furono loro a scegliere di arenare il loro matrimonio, capirete che bisogna dialogare, usare, non quelle fredde armature che dentro son vuote, ma parole, concetti, pieni di vita, esprimere se stessi, i propri problemi, non usare un anti-lingua e sotterrare tutto sotto metri di parole che rimandano il loro concetto a chissà quale proprio iperuranio. Parlate di vita se di vita volete vivere. Emozionatevi e fate sentire sulle parole il tremore delle emozioni, la gioia, la furia, la tristezza, noi intendiamo un solo accento mille volte meglio di cento parole.

Oggi la signora Manzoni, viva e vegeta(le), trascorre le sue ora le giornate in milioni di case, lei è americana, lei è uomo, vive in Uganda e in Islanda, avvistata in Cina, veste casual, da sera, usa il burqa, bionda mora e rossa, si mangia le unghie, arriccia la lingua e la sua fiamma brucia, si consuma e presto sarà la cenere a cadere; noncurante, in fondo inebetita da una vita già impacchettata, un’esistenza non essenziale, dove Tutte le Annine potrebbero scambiarsi la casa, il marito, la moglie, il lavoro senza che nessuno se ne accorga.
Migliaia di parole diverse ma con lo stesso significato, nulla, noia, un Niente senza chiavi né lucchetti se non la stessa coscienza, compagna d’evasione o temibile aguzzino. La ferita si trova a fondo, nelle viscere più nere dello spirito, un minuscolo taglio ai fili dell’anima che unisce occhi, mani, bocca e pensieri alla realtà, senza il quale la vita passa senza sapore, che pur sia dolce o amaro, un filo d’acqua che non lascia solco alcuno.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010