Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
15ª edizione - (2012)

I sentimenti della monaca

E la sventurata rispose…
Era certa la risposta quando ricevette la proposta dall’amante. Non appena lei terminò di formulare la sua richiesta, un uscì dalle labbra dell’oppressa, una risposta timida e altrettanto tremolante.
E si fecero più frequenti gli abbracci, i baci più forti. Con un potente schiocco le labbra dell’inerme regina toccavano la tenera e delicata guancia della povera e felice. E di giorno in giorno questi gesti crescevano di numero, ma pieni d’amore?
Dal momento del possenti artigli avevano preso in ostaggio il suo cuore, e man mano che quel sottile velo di ipocrisia diveniva sempre più e più spesso, tanto più le unghie si conficcavano nel cuore.
E durante la notte, quando erano del tutto spezzati i flebili rapporti con le altre suore, bruciavano le ferite, bruciavano provocando immenso dolore.
Notti tormentose quelle; prima i sogni. Gertrude si trovava a ripercorrere i momenti d’infanzia e di terrore… urlava con tutta la potenza della sua voce nel momento in cui rivedeva il viso impassibile del padre. Batteva il cuore nel momento in cui indossò il velo e quando si destava, agitata e ansiosa, con le guance tutte arrossate, le mani tremanti, le palpebre doloranti che invano massaggiava cercando di lenire un dolore incancellabile, la schiena trapassata da costanti brividi, la gola secca, la pelle d’oca sulle braccia, i capelli tutti arruffati, la fronte costellata da una miriade di goccioline di sudore che rapidissime colavano lungo la faccia, soffocava dalla feroce stretta degli artigli. Acqua chiedeva; ma rispondeva solo il ticchettio delle gocce di pioggia sulle finestre.
E di mattina lo stomaco si chiudeva di fronte alla visione della ciotola piena di poltiglia bianca, e si sforzava di mangiare per dare esempio alle altre; di sottecchi tuttavia spiava solo e unicamente Lucia, ammirandone i tratti. Con naturalezza la giovane donna gustava il fresco latte, la lingua che passava sulle carnose e rosee labbra, e al termine del pasto chiudeva graziosamente gli occhi, chinava il capo e in un mormorio di parole di cui la badessa non riusciva a cogliere il significato, ringraziava Dio per la fortuna ricevuta.
Quanto Gertrude desiderava imitarla! Quando si richiudeva nella sua cella e davanti al letto s’inginocchiava, chiudeva gli occhi, quasi volesse cancellare per brevissimi secondi la grigia vita che l’era toccata per sorte, e iniziava a recitare le preghiere più famose, numerosi passi della Bibbia, i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, pronunciando le parole con folle desiderio di aspirare ogni singola traccia di calore. Ma queste le sfuggivano, e si spegneva ogni speranza. Alla fine diveniva sempre la stessa lamentosa filastrocca, noiosa nenia, un insieme di nomi, verbi, aggettivi e pronomi di nessun significato. E una volta terminata la preghiera, si circondava di un silenzio opprimente e buio, e non vedeva nulla, ansimava e soffocava, finché non riapriva gli occhi, ma nessuna luce ad attenderla.
E nel pomeriggio chiamava Lucia nella cella. E questa immediatamente la raggiungeva, e iniziava il loro dialogo muto. Carezze e baci, e ancora carezze e baci e così… finché la potenza della luce non calava e si facevano frequenti le fitte allo stomaco dovute alla crescente fame.
Nei primi tempi il silenzio era continuamente inframmezzato dalle pungenti domande della suora; sentiva questa crescere nel petto un peccaminoso desiderio di conoscere ogni singolo dettaglio della sua vita privata. E la protetta ad arrossire tendeva; al contrario titubava nel pronunciare parola; abbozzava a qualche sorriso imbarazzato. La potenza del suo pudore impressionò presto Gertrude; e queste frecciatine si fecero via via meno frequenti. Al contrario, negli ormai frequenti momenti di silenzio interveniva Lucia, con mano sicura, che iniziava ad accarezzare con delicato tocco che solo le sue dita avevano.
E Gertrude a ogni singolo contatto sentiva un calore viscerale scorrerle dentro, e allo specchio non si vedeva più pallida. Pallida e incolore com’era sempre.
«Rosa, rosso, nero, verde!» abile pittrice, mano sicura di fronte alla tela pronta da riempire.
Chi maestra, chi allieva? Chi ricca, chi povera? Chi aveva da insegnare, e chi da apprendere?
«Che capelli morbidi» sussurrava la ragazza toccandoli alla badessa, e da grigi divenivano corvini, lucenti, setosi. «Che morbide guance» commentava e le comparivano gote rosse. «Che seno prominente» ammirava, e diveniva rigoglioso.
Ma certo non si deve pensare che un nobile sentimento vivesse nel cuore di Gertrude; troppo spesso alla soddisfazione di tale cura si sostituiva un potente, sentimento di gelosia e di sgomento. A volte rimpiangeva le unghie affilate. La compagna si comportava in modo troppo smielato, e pesantemente si rivelava irritante con la sua flebile e zuccherosa vocina. Quando piangeva, poi, un senso di disagio colpiva la suora: e si chiedeva come comportarsi di fronte a una giovane vergine che da molti mesi non vedeva più il suo promesso sposo.
Tuttavia era proprio in questo momento che esplodevano in corpo tutti i suoi cattivi sentimenti, quando la ragazza terminava di singhiozzare, spesso marcando troppo il tono, e prima di lasciare la stanza rivolgeva un sottomesso saluto, Gertrude avidamente cercava e godeva di piacere di ogni singola traccia d’imperfezione: occhi rossi, rughe della fronte, amare lacrime, le gonfie vene del collo. Si godeva quel momento. Era una donna, un essere umano pure lei, seppur grandemente astuta. Come poter celare ogni singolo difetto?, continuava a chiedersi. E intanto si compiaceva, e un perfido ghigno si formava sulla bocca.
E prima di separarsi ordinava a Lucia di prender parte alla recita delle preghiere. E insieme recitavano Padre Nostro, l’Ave Maria e tutto quell’insieme di parole. Capitava quasi sempre che Lucia, forse per la sua umile classe sociale, incespicasse e balbettasse su brani che non sapeva. Difetti, e ancora difetti; e ancora Gertrude insisteva, e improvvisamente iniziava a parlare in latino, spesso inventandosi pure vocaboli inesistenti, ma tanto a chi importava? E Lucia si spogliava di ogni beltà e di ogni fascino; quanto vulnerabile diventava!
Chi era signora, chi padrona? Riuscito era quel ribaltamento di ruoli?
E Gertrude i capelli ancor più grigi si trovava. Nella notte poi, più che mai era vulnerabile! Quanto mai si sentiva vicina alla protetta! Quanto mai in un bagno di lacrime e sudore, singhiozzando si pentiva amaramente del trattamento compiuto.
E la mattina di nuovo ammantata di quella luce… e così ricominciava la giornata.
Così passò un anno. E questo schema si ripeteva giornalmente, ogni giorno e le stesse ore, perché nessuno grande interruzione bussava alle porte del monastero. Fortunatamente Lucia stette al sicuro là dentro; e le missive che riceveva Gertrude da parte di principi o le visite da parte di popolani non la tenevano impegnata a lungo.
E d’improvviso arrivò quella lettera nera.
Non appena Lucia allontanò la mano da Gertrude, si sentì un colpo di nocche alla porta.
Gertrude sobbalzò. Totalmente inaspettato. Abile celatrice parlò con tono sempre austero: «Avanti!».
Arrivò una suora. Chi fosse, a Gertrude non importava.
«È arrivata questa, Madre», parlò, con voce anonima e le consegnò una busta nera. Prima che Gertrude potesse replicare, con passo invisibile uscì dalla stanza.
E aprì la lettera, riconobbe la calligrafia, lesse e la voragine si spalancò dentro. Lucia continuava ad accarezzare, e belava silenziosamente.
«Via!» ordinò. «Vai via!».
Il tocco si fece tremante e impaurito; smarrita divenne davanti agli occhi di quella volpe assetata, ma al terzo «Via!», non esitò ad allontanarsi, e la velocità dei passi rimbombò per molto tempo nella testa.
Era mezzanotte quando si incontrarono i due amanti sotto il porticato.
Molto impaurita era la suora; incespicava nel camminare, impaurita perché nessuno la vedesse. Da un lato bramava ardentemente di tornare indietro ma… il coraggio?
Due occhi rossi, voce metallica quella che pronunciò: «Gertrude».
Sobbalzò la donna; e l’amante e predatore comparve davanti ai suoi occhi. «Tra una settimana esatta, la carrozza sarà pronta alle sei.»
Gertrude annuì senza comprendere appieno tutte le parole a lei rivolte. Prima che lasciasse però, le forti braccia dell’uomo si strinsero attorno a lei, e Egidio l’attirò a sé; prima le ficcò la sua sporca lingua dentro quelle inermi labbra; e poi con mano ferma e forte iniziò a palparle il seno, emettendo voraci grida di piacere. Poi la passione lo vinse, si tirò giù le brache e con tutta la forza delle dita ossute strappò la veste della monaca. Si gettarono a terra, e iniziò a spingere, toccarla, morderla. Così fece per un quarto d’ora, mentre l’altra rimaneva inerme, quasi addormentata, poiché non provava desiderio di ricercare una passione ormai seppellita nel tempo. Si fermarono quando da est iniziarono a fare capolino i primi e paurosi raggi del sole.
«Allora» ripeté, «tra una settimana, la carrozza pronta alle sei». Prese la testa dell’oppressa e la costrinse a guardarlo. Dopo di che, ripeté la frase ancora per due volte. Anche Gertrude iniziò a sussurrarla, quasi come fosse lei stessa l’interlocutrice e finalmente quelle parole acquistarono senso.
.
Durante tutta quella settimana grande cambiamento avvenne; nei silenziosi incontri tra macellaio e pecorella Gertrude catalizzava su di se l’azione; e prepotentemente non lasciava alla povera alcun tempo per compiere qualcosa.
Raddoppiarono gli abbracci, triplicarono le carezze. Ma amore?
Ahia, ahia! Male, male al povero cuore! Unghie sempre più lunghe, sangue sempre più copioso quello che scorreva.
Capitò di domenica quel terribile giorno. La notte Gertrude l’aveva passata in bianco, lunga e difficile la ricerca per comprendere appieno le motivazioni che l’avevano a spinta ad accettare quel ruolo, e pronunciare quel fatidico . In trappola ora era; nessuna più giustificazione poteva trovare per non adempiere il terribile incarico assegnatole. Passione la causa per la quale aveva accettato? Provò a pensare al viso di Egidio e ricordare i vecchi tempi… ogni singolo tratto riusciva a rimembrarlo alla perfezione. La bellezza? Era presente, c’era… ma arduo il tentativo di aspirarla da essa. Eppure… ecco che il cuore iniziava a batterle! E sentiva librarsi come una farfalla in cielo… chiuse gli occhi, li chiuse e pronunciò: «Egidio… Egidio…», eccolo lì, era lì davanti… bastava ora solo aprirli, ed era lì… su!, ma a occhi spalancati fu molta la sorpresa. Ed ecco il viso di una ragazza, capelli castani, e gli occhi sembravano provenire da lassù. E il terrore le attanagliò il cuore e lo stomaco. Aiutarla? Una possibilità. Ma poi ripensò al giuramento, agli occhi rossi che l’avrebbero per sempre tormentata… e fece la sua scelta.
Anche Lucia sembrava più pallida quella mattina. Cerchi scuri erano quelli sotto i suoi occhi, che sembravano impoveriti di ogni bellissimo colore e sfumatura. Più sgraziata nei gesti; traballò la gamba mentre traeva indietro la sedia che trascinò sul pavimento, e con un tonfo si sedette. E la faccia apparve nauseata di fronte alla ciotola di latte. Prese il mestolo, lo immerse nel bianco e assaporò solo quella cucchiaiata. Poi lo lasciò cadere sul tavolo e chiuse gli occhi.
E Gertrude avvertì un dolore più forte.
Ed ecco la Messa. Gertrude recitò quelle solite filastrocche, mangiò un pezzo di pane e prese il vino. «Il sangue di Cristo» annunciò. Il sangueil sangue… Gertrude bevve un lungo sorso e un forte brivido le scosse la schiena. Guardò il bicchiere, cosa che non aveva mai fatto. Ecco, quello era il sangue di Gesù e della pecorella…
Cadde a terra il calice e si sparse il vino per tutto l’altare.
Cinque e mezza.
Toc toc toc.
La pecorella entrò nel mattatoio. L’ascia era affilata, appuntita.
Gertrude, che dilemma! Cosa fare? Riporla via o adempiere al proprio dovere?
Passione od obbedienza?
All’inizio sembrò la solita scena: la suora iniziò ad accarezzarla e a baciarla.
Azioni però consistenti? Può darsi; perché Gertrude ci mise l’anima e tutta la sua essenza vitale, e infatti si verificò l’effetto rovesciato: era Lucia che acquistava colore e consistenza.
Al termine di questo momento silenzioso e triste, Gertrude annaspò. Annaspò perché ora sapeva qual era la cosa più giusta da fare: fuggire insieme a lei, e proteggerla, proteggerla ovunque; ma quel si ripresentò alla mente. Che strano! Sembrava diversa la voce che lo pronunziò. Fredda e metallica… ora che invece si era fatta più corposa.
Sei meno un quarto.
«Devi», iniziò a parlare Gertrude, e cominciò a dare istruzioni; man mano che avanzava il dialogo la voce corposa si faceva sempre più flebile; timbro riconoscibile?, anonima, lamentosa, vuota. Un’ombra.
E Lucia, povera e indifesa, aveva compreso tutto; perché l’ombra del divino era celata nei suoi occhi; ma come Cristo accettò di sacrificarsi per salvare la gente, così lui sapeva già di un’anima in pena che aveva bisogno di lei.
«Va bene» disse, e accettò l’incarico. La voce era sempre tremante e dolce, ma Gertrude percepì quasi un tono, lieve tono, di sicurezza.
Si mosse verso la porta e Gertrude le andò dietro; scesero le scale e ancora la badessa alle spalle come un’ombra; si fermarono davanti a cancello.
«Bene… allora addio» sussurrò l’agnello. «Adempierò al mio dovere».
Come ho fatto io, pensò Gertrude.
Lucia mosse un passo. Era quasi fuori dal convento, quando si levò un grido: «Attenta Lucia!»
Era stata Gertrude a parlare; ecco uno squarcio, un segno di umanità! E Lucia sorrise, lievemente, perché era un’anima in pena tra mille dubbi, ansie e tormenti, ma ecco lì, un minuscolo segno di tranquillità. Ora aveva la conferma di oppressione e non malvagità.
Mosse un secondo passo e il buio la inghiotti, perché da non poco il sole era sparito.
E un zaaaaaaaaaaaac risuonò nella testa.
Ecco, il bubolare dei gufi, ecco la notte! Momento di insidie, inganni, pericoli.
E Gertrude si sciolse in pianto. «Sei contento?! Sei contento?!» urlò.
Ecco che la mente sembrava aver preso la retta via; faceva capolino forse una traccia d’indipendenza; caratteristica questa da sempre assente nel suo carattere.
Ecco che si sentiva soffocare dentro quell’abito grigio, quel palazzo grigio, quella vita grigia; mai come quel momento fu più forte l’impulso di stracciare quelle vesti. Una mano, l’altra mano; forza forza, tira tira! Strappa strappa! Ma sembravano incollate quelle vesta al suo corpo; era quella la sua natura.
Guardò d’improvviso il cielo; stellato, la luna tonda spiccava proprio là, al centro. Forse era ancora in tempo… forse, se avesse dato vita a quelle gambe… forse… sarebbe riuscita a raggiungerla… a salvarla… Forse… ma tutte quelle speranze le morirono in corpo; probabilmente la carrozza era già partita, e l’agnello con loro.
«Sorelle!» gridò. «Sorelle, aiuto!» Accorsero quattro donne fuori, una mingherlina, l’altra tozza, una spilungona, e l’altra grassottella. E parlavano tutte; chi con una voce limpidissima, chi con un timbro rauco, un’altra con voce stridula e l’ultima nasale.
La testa scoppiava, le gambe tremavano… e d’improvviso fu buio.
Rinvenne nell’infermeria grigia, come grigie erano le coperte e il cuscino. Una donna era china su di lei con cucchiaio pieno di una roba grigia. Indefinito l’odore e il sapore. Indefinita la voce della donna, così come l’aspetto fisico.
Ecco il mondo di Gertrude; ecco la vita che le toccava. Oppressa.
Hai adempito al tuo dovere. Brava.
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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010