Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
10ª edizione - (2007)

Un'esperienza di lettura da una testimonianza del sottotenente Claudio Sommaruga

Nella società di oggi, a volte, si fa fatica a ricordare e ripensare alle grandi stragi che hanno segnato, in modo negativo, la storia del secolo scorso. Circondati da cose futili e da un mondo ipocrita, molto spesso si dimenticano quegli eroi che hanno denunciato un sistema corrotto, una sopraffazione o una guerra ingiusta.
Si trova difficoltà nel parlare di qualcosa che colpisce la nostra anima, per questo, dopo una lunga pausa di ben trentacinque anni, il Sottotenente Sommaruga decide di cominciare a parlare di quell'"avventura" che gli ha cambiato la vita.
Egli, come altri 700.000 soldati, partecipò all'"evento" dell'8 settembre 1943, che prevedeva la resistenza alla schiavitù e l'affermazione della dignità dell'uomo. Questi soldati scelsero la "via dei lager", rinunciando alla famiglia, a una vita normale, alla libertà, in nome della dignità, quel valore che troppe volte, nel corso della storia, è stato messo da parte per la brama di grandezza o di ricchezza.
Nel ventennio fascista, scrive Sommaruga, "genitori, preti, insegnanti e il Duce plasmavano i ragazzi e li allevavano con il dovere del dovere, l'ordine totalitario, l'obbedienza cieca". Ma quel famoso 8 settembre dovettero fare una scelta che forse avrebbero rimpianto per tutta la loro esistenza. Vissero in baracche, al buio, intorno a una stufa, aggrappati alla sola speranza di poter uscire vivi da quell'incubo, da quell'inferno che li teneva prigionieri e li uccideva piano, piano, giorno per giorno. Intorno a loro le persone morivano per cause sconosciute, morivano di freddo, di fame, alcune sparivano e di loro non si sapeva più nulla. Tutto questo poteva finire con una firma; invece decisero di scegliere la "via del lager", la via più scomoda, più ripida, la via più rischiosa: quella dell'eroe.
Di questo oggi si parla troppo poco, si parla poco della vera sofferenza, si parla poco di chi ha cambiato la storia con sofferenza, di chi ha rinunciato a tutto pur di affermare che è meglio essere morti piuttosto che servire qualcuno che si odia profondamente, è meglio morire che essere schiavi. L'esperienza del lager è stata tortuosa non solo dal punto di vista fisico, ma anche da quello psicologico: obbligati a vivere con la paura di essere uccisi, con la paura di subire violenze, si rinchiusero nei loro ricordi, in quella ricerca d'affetto che non poterono trovare in nessun posto, perché tutto sapeva di dolore, di odio, era come se tutto fosse contro di loro, anche se tutto questo sarebbe potuto finire solo con una firma.
A guerra finita, però, nessuno li accolse con rispetto; per la monarchia essi rappresentavano i testimoni scomodi del pasticcio sabaudo dell'8 settembre, per i fascisti erano traditori e ingrati e per i partigiani non erano "fratelli di Resistenza", anzi, potevano oscurare la Resistenza; gli Americani non li riconobbero nemmeno e li accolsero con indifferenza. Molti di loro ammutolirono e rimossero ogni tipo di ricordo del lager dalla loro memoria.
L'umiliazione che hanno dovuto subire è vergognosa; è vergognoso che nessuno abbia riconosciuto il loro coraggio, è vergognoso che tutti li abbiano accolti con indifferenza.
Non so se io stessa, essendomi trovata nella stessa situazione del Sottotenente Sommaruga, mi sarei comportata nello stesso modo: egli non ha fatto una scelta facile; ha rinunciato a tutto: amori, amicizie, famiglia, libertà, comodità in nome della dignità. Bisogna riconoscere che questi 700.000 soldati sono stai degli eroi, almeno tanto quanto sono considerati eroi i partigiani.
Seneca disse: "La vita è come una commedia, non importa quanto sia lunga, l'importante è saper recitare"; se è davvero così, bisogna proprio riconoscere che sono stati davvero eroici.
Termino con disgusto, il disgusto che si trova nella guerra, nelle ingiustizie e in tutti i fatti raccontati dal Sottotenente Sommaruga, augurandomi che qualcosa nella società di oggi sia cambiato rispetto a una cinquantina di anni fa, augurandomi che non succeda più ciò che è successo lo scorso secolo, augurandomi che l'umanità intera possa cambiare.


»Torna all'elenco dei testi
»Torna all'elenco delle edizioni

Copyright © 1999 - Comitato per Sofia - Tutti i diritti riservati.
Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010