Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
8ª edizione - (2005)

Milano - Auschwitz A Milano. In memoria della Shoh
di Loredana Muharremi
Premio speciale ANPI Barona Milano

"Voi che vivete sicuri nelle vostre case.
Voi che trovate tornando a casa visi amici.
Considerate se questo è un uomo.
Che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna.
Senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare.
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato.
Vi comando queste parole,
scolpitele nel vostro cuore,
stando in casa,
andando per via.
Coricandovi.
Alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli..."

(Primo Levi - Se questo è un uomo)

Il ricordo di quello che è stato.
È questo lo scopo della mostra organizzata a Milano in piazza Mercanti; la mostra ricorda e ripercorre la terrificante storia degli Ebrei italiani che da San Vittore sono stati deportati nel campo di sterminio di Auschwitz. Appena entrata fui circondata da un ambiente, che voleva ricordare lo scenario manifestatosi, molti anni fa, davanti agli occhi di tanti uomini e donne diretti verso la morte e la sofferenza. Ebbi appena il tempo di ambientarmi, quando una guida mi fece un discorso introduttivo, illustrandomi la situazione degli Ebrei in Italia, parlandomi del modo assurdo in cui venivano trattati.
Non erano considerati più uomini, donne o bambini, ma erano considerati come criminali, o peggio relitti della società.
Mi ricordo che a quelle parole un pensiero insistente si insinuò nella mia testa: "Come potevano gli altri continuare a vivere normalmente, come se niente fosse, mentre persone come loro soffrivano pene indescrivibili, e convivevano giorno dopo giorno con l'angoscia di non conoscere il proprio futuro e con la paura di trovare da un momento all'altro, nel carcere, i parenti che magari erano riusciti à nascondersi?".
La cosa che più mi ha sconvolto fu vedermi incisa chiaramente, tra la confusione dei miei pensieri, la risposta: "Non importava a nessuno, o nel migliore dei casi non sapevano".
Certe regole, che erano state imposte agli Ebrei nel carcere San Vittore, non le potevo nemmeno immaginare, tanto erano inutili e crudeli, come, ad esempio, il fatto che venisse vietato loro di sedersi dalle sette del mattino alle sette della sera e non possedevano neanche il diritto, a differenza degli altri detenuti, dell'ora d'aria. Regole che volevano solo umiliarli maggiormente. Su una parete nera vi erano scritti, in bianco, dei nomi, erano diverse centinaia, alcuni di quei nomi avevano pure un volto, ma anche se la maggior parte non aveva una fotografia, non era difficile immaginarli: uomini, donne, anziani, bambini, tutti sereni e sorridenti, ignari che la loro vita sarebbe stata stravolta, ignari del fatto che per molto tempo non avrebbero più sorriso o che forse non avrebbero sorriso mai più. La mia testa si era riempita di questi pensieri, pensieri che però cercavo di allontanare perché troppo dolorosi, ma era come cercare di fermare un'inondazione con un dito; ed ecco che riaffiorarono violentemente in me, come onde che vengono ad infrangersi su una spiaggia, quando capii cosa significasse quel muro: alcuni nomi, pochissimi, erano collegati tramite un filo rosso ad un'altra parete dove erano stati riscritti e, a differenza della prima, questa parete era quasi vuota; quelli erano i sopravvissuti ad una delle più grandi follie dell'umanità.
Quei fili rossi sembravano trafiggermi e un senso di smarrimento e di vuoto si impossessò ai me.
In seguito girando per la mostra, le forti emozioni che provai all'inizio si affievolirono, scomparendo poi del tutto; infatti, ad essere sinceri, leggendo i diversi documenti e guardando le fotografie di Auschwitz non provai alcun sentimento e, quando presi coscienza di questo fatto un senso di vergogna si impadronì di me, insieme ad altre più complesse sensazioni, che rifiutai anche solo di riconoscere.
Però mentre guardavo le fotografie e i documenti senza coinvolgimento, quasi per dovere, vidi la foto di un bambino minacciato da un fucile, che mi fece accapponare la pelle e scatenò in me tante emozioni diverse tra cui prevalevano il disgusto, la paura e il disprezzo.
Riflettendoci ora, penso sia stata una cosa normale, giacché tutti conosciamo le vicende e ciò che accadeva ad Auschwitz e tutte queste cose ci sembrano lontane, come un sogno che sfuma sempre di più destinato a cadere nell'oblio, ma vedere un innocente minacciato, ha scatenato in me, come penso in tutti noi un grande dolore e il desiderio di nascondere quello che abbiamo visto nei più profondi recessi della nostra memoria e di pensare che tutto ciò non sia mai accaduto.
Al termine della visita, un'altra guida mi parlò di Auschwitz, di come le persone vi arrivavano e di quello che li aspettava.
Una raccapricciante immagine mi si profilò davanti: persone come animali, trattate come oggetti, tremanti dalla paura e dalla fatica, troppo spaesate per poter comprendere ciò che stava succedendo.
Ma i Tedeschi non si accorgevano di nulla, forse ogni volto gli sembrava uguale, troppo impegnati nel selezionare con un'innaturale indifferenza chi poteva vivere e chi no.
Mi colpì come tutto ciò venne raccontato dalla guida, che era di origine ebraica. A differenza della prima, infatti, la seconda non usò parole poetiche o ricercate, ma riuscì ad esprimere, con parole dirette e semplici, molte più emozioni. Poiché del primo discorso solo le parole e il tono di voce esprimevano il concetto, mentre il volto dell'interlocutrice restava quasi impassibile come una maschera, la seconda guida mi trasmise i suoi sentimenti attraverso la contrazione del volto nelle varie espressioni, il tremare della sua voce quando raccontava le cose più brutte, lo sguardo a volte triste, a volte intenso e a volte bruciante di rancore e di rabbia. Potevo sentire ciò che provava anche se non lo esprimeva con le parole o voleva celarlo, riusciva lo stesso a trasmettere tutto come qualcosa di addirittura palpabile nell'aria.
Non vorrei essere banale, ma uscendo fui sopraffatta dallo spavento, quando mi resi conto che tutte quelle brutalità che io reputavo il risultato di una mente malata, erano invece il risultato dì uomini come me e non potei fare a meno di chiedermi fin dove si possa spingere la crudeltà delle persone.

"Eravamo pietrificati.
- Cos'è successo alla donna, al bambino?
- Quale donna, quale bambino? Non c'è più nessuno! Ma come hanno potuto uccidere così tanta gente in una volta?
-... Avevano il loro metodo
".
(Abraham Bomba)

 


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010