Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
6ª edizione - (2003)

Leçon de Piano

Pochi giorni fa mi hanno fatto sentire la colonna sonora di un film che non avevo ancora visto, Leçon de Piano: sono state proprio quelle musiche a farmi ricordare una notte di parecchi anni prima...

Quell'estate eravamo stati ospitati dai miei zii in una fresca casa di montagna. La sera, tutti insieme, andavamo a passeggiare lungo la riva di un piccolo lago, che immaginavo, al buio della notte, come uno splendido salone nero, deserto, dove avrei potuto ballare cullata da una lontana musica sottile. Ero solo una bambina, innamorata di quei piccoli particolari cui nessuno fa mai caso, e che quindi consideravo solo miei.
Chi mi avrebbe seguito ad assaggiare il sapore delle stelle?
Con chi avrei potuto ballare su quelle candide note che tentavo di immaginare?
Nessuno mi prendeva sul serio, così iniziai a non raccontare più nulla di me, delle mie fantasie, dei miei sogni.
Ma ai propri sogni non si può scappare. Cerchi di allontanarli e nasconderli, ma arriverà il momento in cui questi torneranno ad abbracciarti.
Vi voglio raccontare di quest'abbraccio. Vi voglio raccontare del più bel sogno della mia vita.
Seduta sulla veranda, dietro di me echeggiavano le voci forti e prepotenti dei grandi di casa. Non li stavo neppure a sentire, che importanza potevano avere? Ad un tratto mi ritrovo a passeggiare lungo il lago, con i piedi immersi nella sabbia umida e le guance accarezzate dalla fredda mano della brezza estiva. Non so ancora dire cosa mi abbia condotto verso quella casa lontana.
Certe cose succedono e basta.
Il mio incedere era deciso, come se i miei piedi seguissero un sentiero che non mi era ancora concesso di conoscere. Passo dopo passo, l'eco delle onde si faceva sempre più assente, distante, sottile, fino a lasciare spazio ad un completo silenzio.
Mi piaceva camminare dentro quel vuoto, dove il tempo era scandito solo dal rumore dei sassi sotto le mie scarpe rosse.
I secondi si trasformarono velocemente in minuti, e con loro anche il paesaggio cambiò forma. Non si trattava più solamente di una splendida natura incolta e tremendamente viva, ma era come se questa stessa natura fosse stata disposta armoniosamente da una mano sapiente, come quando un singolo gesto di donna, basta a dare nuovo equilibrio ad una stanza.
Ogni respiro era pieno di un fresco profumo, ogni sguardo riempito da mille particolari.
Non ricordo tutto di quel giardino incantato, ma una cosa mi è rimasta impressa nella mente: ovunque guardassi, intensi occhi di gatto rispondevano al mio saluto. Mi misi a seguirli quei gatti, a rincorrerli, fino a raggiungere una casa poco distante.
Mi appesi alla finestra, sollevata di mezzo metro da terra, e rimasi lì, immobile senza fiatare, per tutta la sera.
Non lo feci per curiosità, né per coraggio. In realtà avevo una fifa tremenda, come sarebbe successo ad ogni bambino; ma dopo pochi attimi, me ne dimenticai.
La mia mente era stata presa da ben altro. Avvicinai il viso al vetro fino a toccarlo con il naso, e chiusi gli occhi per un attimo infinito.
La sentivo. Era lì, nell'aria intorno a me, nelle mie orecchie, nel freddo di quella serata estiva, tra le foglie degli alberi che mi coprivano la vista del cielo stellato.
Qualcuno, nel buio di quella casa sconosciuta, aveva dato vita alla mia canzone. Alla canzone che così a lungo avevo cercato, mentre m'immaginavo a ballare nell'immenso pavimento oscuro del lago di notte. Mi trovavo circondata da note rapide e violente, tinte di un'assente malinconia, di una dolcezza lieve e colorata, che riempivano l'aria con una melodia violenta e penetrante, con una bellezza ed una grazia che non ho mai saputo scordare.
Rapita in un mondo che mai più ho ritrovato, non ero sola. La natura intorno a me si animava d'impercettibili movimenti incantati, come volesse danzare, accarezzata dalle note e cullata dalle salde mani del vento.
Dopo pochi attimi aprii gli occhi, per vedere il creatore di quella musica celestiale.
Sorrisi alla sua vista, sorpresa ma non delusa. Divenne la mia compagna inconsapevole, per tutte le notti di quella calda vacanza sul lago.
Tutte le notti scappavo da lei, appesa ad una finestra che per me era come la porta dei sogni, e tutte le sere, mi ritrovavo ad osservare incantata lo stesso spettacolo.

Quando camminava era come se volasse, elegante e delicata proprio come una bambola di porcellana.
Entrava nella sala dalla porta secondaria, senza fare rumore, avanzando con dei passettini ridicoli, piccini, l'uno davanti all'altro con attenzione, come per dare importanza anche a quel gesto insignificante agli occhi di molti.
Infine riversava il suo gracile corpicino su di un vecchio sedile, sfiorava con calda complicità il nero pianoforte di fronte a lei, e socchiudeva gli occhi.
Da lì in poi si annullava completamente, viveva per la sua musica, diventava fisicamente parte del suo strumento.
Credo che fosse portata a dare colore a ciò che la circondava.
Credo che tentasse di ricreare intorno a sé un angolo del suo mondo speciale, un pezzetto di paradiso in cui m'immergevo ogni giorno al calare della notte.

Questa è una favola di parecchi anni fa. Non ne parlo molto, non offendetevi se non ve l' ho mai raccontata, solo preferisco non sciupare questo candido racconto.
Ho come paura che raccontandolo ad alta voce, il mio ricordo voli via da me, e per questo lo scrivo, come fossero segreti intraducibili a parole.
Come fossero quelle emozioni passate che non riesci ad esprimere, che ti lasciano l'amaro in bocca perché non puoi condividerle con le persone che ami.
Ma non appena socchiudi gli occhi, le senti rivivere dentro di te più forti, più decise, più vere che mai.
Ed allora capisci che non ti serve nulla al di fuori di ciò che hai già dentro il tuo cuore.
Non ti serve altro al di fuori del ricordo e del profumo e dei suoni e delle immagini di quei minuti, che appaiono ancor più speciali ai tuoi occhi proprio perché nessuno potrà mai capire ciò che per te rappresentano.
Un ricordo è una parte di te.
È splendido e vivo.
Se poi questo ricordo è solo tuo, se è un piccolo dono riposto in un angolino del tuo cuore, tu cercherai con tutte le tue forze di proteggerlo per lasciare intatta la sua limpida storia.
Nessuno dovrà mai disturbare il suo tenue sonno d'altri tempi.
Solo tu potrai soffiargli la vita in quelle lunghe notti d'estate, quando il silenzio toglie la parola ad ogni cosa e le stelle sembrano ammutolire.
La luna offesa.
Il cielo irato.
Le stelle, la luna, il cielo: non capiscono come tutto il mondo possa dormire di fronte ad un tale spettacolo.
Noi non ce ne accorgiamo, troppo stanchi e di fretta per rendercene conto, ma la notte mentre tentiamo di prender sonno ovattati da un silenzio innaturale, la natura rinasce e ritorna libera: la natura danza, proprio come da piccolina mi proteggeva in quelle serate magiche.
Avete mai sentito i petali cadere?
Avete mai udito il sottile canto delle giovani foglie sui rami?
Avete mai creduto di osservare la danza dell'erba spinta dal vento d'estate?
Avete mai annusato l'acre odore della terra bagnata?
Avete mai visto la danza delle foglie cadute dai rami di un albero ormai secco?
Avete mai percepito il caldo abbraccio della brezza primaverile?
Avete mai passato ore ed ore sicuri di ascoltare un lontano canto colorato di pianto e dolore?
Avete mai fissato le tenebre e creduto di immaginare dell'altro oltre la tela nera che avevate di fronte?
Avete mai scorto delle lacrime in ciò che tutti chiamano rugiada?
Avete mai pensato che le vostre non sono solo fantasie?

Questo racconto appartiene agli illusi.
A coloro che nel buio scrutano il cielo desiderosi di miracoli.
A coloro che non tornano a dormire nei loro letti freddi.
A coloro che hanno seguito con sguardo incredulo i fiori voltarsi, la corolla ondeggiare, i petali scendere con un nobile volo, scandito solamente da un distante e taciuto tintinnio argentino.
A coloro che hanno danzato tra le assenti melodie di un coro, dondolato dal vento leggero.
A coloro che la notte conducono incerti i loro piccoli ed esili piedi, segnati dal tempo, fuori dalla loro casa sicura.
Passi lievi. Passi rapiti. Passi sognanti.
Passi che li portano su di un umido tappeto smeraldo, mentre oscilla spinto dal vento e li culla nella sua dolce danza.
A coloro che assaporando l'acre odore della terra bagnata, capiscono che non può essere tutto finito.
A coloro che non riescono a tenere gli occhi aperti....a coloro che hanno il viso rigato di calde lacrime se sono avvolti dalla lieve stretta materna della brezza primaverile: li sfiora, li acquieta, li conforta, li calma, li rincuora, li incoraggia, li rinfranca, li rasserena, li tranquillizza.
Li fa sentire vivi.
A coloro che nell'oscurità non vedono il buio, ma innumerevoli forme osservarli e tendergli la mano.
A coloro che accarezzano i fiori e gli asciugano le lacrime.
A coloro che credono nei loro desideri e vivono delle loro fantasie.
A coloro che si sentono incompleti, e non ne sanno trovare una ragione.

Ognuno di noi ha tra le mani un brivido. Un fremito scorre lungo le dita. Un lungo ed intenso sussulto.
Parlo di quell'intensa emozione che racchiude tutte le altre, le completa e le fa risplendere di una nuova e più violenta luce.
Parlo di quell'improvviso solletico lungo la schiena, che ti fa sorridere senza motivo.
Parlo di quello sguardo senza voce e senza tempo.
Parlo di quella pagina ingiallita del tuo passato che non riesci a dimenticare...che farà sempre parte di te.
Quella pagina che racchiude ogni tuo contrario, ogni tua follia, ogni tua libera e fragorosa risata, ogni tua soffice carezza, ogni tua lacrima, ogni tuo bacio sofferto.... o forse non contiene nulla di tutto ciò...ma solo il desiderio di contrari, di follia, di risate, di carezze, di lacrime e di baci.
Solamente quel desiderio, in un'età in cui basta sperare per andare avanti.
Senza bisogno d'altro.

Poi si diventa grandi ed il mondo ci travolge. Tutto cambia, tutto è diverso: noi lo siamo. Siamo diversi nei gusti e diversi nelle passioni, diversi negli obiettivi e diversi nelle convinzioni, diversi nel modo di parlare ed in quello di ridere. Siamo diversi in ogni particolare.
Tranne che in uno.
Ognuno di noi ha un ricordo speciale cui aggrapparsi, mentre il presente sfuma nel grigiore delle sofferenze e della monotonia.
Ognuno ha il suo, e questo ci deve bastare a sentirci tutti uguali perché tutti, da piccoli, ci consideravamo tali. Magri, bassi, rossi, grassi, alti, bianchi, neri: nulla importava. Un tempo volevamo solo ridere, correre, e sognare il nostro pensiero felice. Perché non farlo anche ora? Perché uccidere? Perché odiare? Avete forse dimenticato la felicità che provavate da bambini, senza bisogno di grandi cose, solo del vostro spirito pulito?
Avete forse dimenticato il vostro pensiero felice?
Ve lo ricordate? Vi ricordate il desiderio di quando eravate bambini?
Come sembra distante quel periodo ai miei stanchi occhi: i luoghi sfumati, i nomi lontani.
Eppure basta riassaporare una semplice goccia di quel passato, per immergermi in quegli stessi colori, che mi avvolgono e mi ricordano chi ero e perché lo ero.
Ora sapete la mia storia, la pagina ingiallita dei miei ricordi.
La mia sfumatura.
Il mio solletico lungo la schiena.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010