Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
4ª edizione - (2001)

Dall’Amleto di Shakespeare all’Amleto di Brannagh

Amleto, personaggio di una tragedia, uomo di ogni età.
La sua acuta intelligenza, le sue incertezze, la sua incapacità di fronte alla realtà. Caratteristiche dell’uomo del suo tempo, del suo stesso autore, ma anche dell’uomo contemporaneo; sono caratteristiche che si ripresentano puntualmente nella storia di ogni uomo, e che rendono quindi il dramma di Amleto dramma di tutti i giorni.
Ed è questa sua particolare caratteristica, l’essere un personaggio la cui natura non necessita di uno spazio temporale definito per completarsi, che lo rende un soggetto estremamente "versatile" alla rappresentazione, sia teatrale che cinematografica.
Ne è un ottimo esempio la particolare interpretazione che ne dà Branagh; lui, nella creazione del suo Amleto, vuole essere completo, forse avvicinarsi alla figura stessa di Shakespeare. Quindi la ricerca di un personaggio che sia summa di tutte le tradizioni critiche, da quella rinascimentale a quella psicoanalitica, a quella freudiana. Ma sopratutto che sia un temperamento aggressivo, ironico, atletico, giocoso, dotato di una "leggerezza" tipica dei personaggi cinematografici moderni. Ed è proprio questo distaccarsi dallo stereotipo di un Amleto pallido e meditabondo, da una rappresentazione eccessivamente impegnata (si ricordi il duello finale, degno dei migliori film d’azione) che accomuna il regista con l’autore; ricordiamoci che Shakespeare è un autore "popolare", scrive per divertire il pubblico, ed eliminare la parte spettacolare in favore di quella più propriamente psicoanalitica significa allontanarsi volontariamente dallo spirito dell’autore.
Ma questa scelta, un Amleto moderno e altamente spettacolare porta, a nuovi problemi di realizzazione.
Caratteristiche fondamentali del principe di Danimarca sono la follia e il dubbio; la prima vera, forse, o abilmente simulata, che lo porta ad atteggiamenti strani ed a sensati discorsi inconcludenti, e la seconda, che gli impedisce di agire con certezza, lo induce all’impulsività ed al pentimento (come nel caso della morte di Polonio), ma che è anche la sua arma: l’insinuazione del dubbio con abile gioco psicologico, contraddicendosi accusando velatamente, minacciando con mezze verità.
Una è la lingua della sua opera, l’altra è la bacchetta con cui la dirige.
E queste sue peculiarità sono mezzo con cui Shakespeare reintroduce nell’arte quelle sfaccettature della realtà (il macabro, il comico….) ampiamente rifuggite nel periodo rinascimentale.
Il regista attuale dovrà quindi tradurre una moltitudine di realtà discordanti (lo splendore della corte, lo squallore del cimitero, alti propositi e basse azioni per la loro realizzazione…..) create in un linguaggio teatrale (quindi altamente statico), nel dinamico linguaggio cinematografico.
Contando poi che l’obiettivo di Kenneth Branagh è quello di riproporre la tragedia per intero ed in lingua originale, puntando quasi al kolossal, si può dire che sia un’impresa grandiosa.
A questo scopo il regista opera abbinando la dilatazione temporale del testo con quella spaziale, ambientando l’opera in una reggia scandinava ottocentesca, sfondo in cui è possibile oltretutto ricontestualizzare il dramma dei giochi di potere legati agli esponenti di stesse famiglie reali. Con l’utilizzo di spazi dilatati nei quali riproporre fedelmente la tragedia, lui riesce a muovere la vista attorno al personaggio, girandogli attorno o utilizzando visuali insolite, e montando le scene in modo ritmico crea un movimento nell’immagine che trasforma la staticità in dinamismo.
E questa è forse la caratteristica che permette a quest’opera di distaccarsi nettamente da tutte le altre precedenti, che permette di creare una cesura tra due modi di vedere il teatro nel cinema, e che rende grande questo film.
Personalmente ritengo che sia un bel film; grazie agli ambienti, alle riprese, alla sua stessa recitazione (Branagh ha uno stile molto brillante nella sua spavaldanza) il regista riesce a coinvolgere e stregare lo spettatore che (almeno nel mio caso) non si accorge della lunghezza dell’opera. Un unico punto mi rende "perplesso" (se questo è il termine giusto): la scelta di utilizzare integralmente e fedelmente il testo originale in qualche punto stona con l’ambiente ricreato (o forse è l’ambiente che stona…….). In queste scene (come le riflessioni di Polonio durante la sua discussione con Amleto, o nella scena antecedente all’arrivo del fantasma, dove gli amici del principe decidono di seguirlo), si può parlare di "teatro filmato"; il distacco tra la recitazione e il film è quasi eccessivo, e non permette di "entrare" nel film, ma obbliga a guardarlo da puro spettatore, come appunto accade a teatro.
Ma questo penso sia uno dei limiti che nessuno riuscirà a superare senza stravolgere eccessivamente il testo originale. E tenendo conto che ci troviamo di fronte ad un ibrido tra due mondi completamente differenti, è difficile pretendere di meglio.


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Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010