Premio letterario SofiaPremio letterario SofiaPremio letterario Sofia
13ª edizione - (2010)

Le Mura di Sparta

Avvolta nell'oscurità sotto un cielo terso, l'invincibile Sparta scrutava i passi del vecchio Kyriakos lungo la via di casa. L'ilota avanzava con passo languido, la mente ottenebrata dalla stanchezza del lavoro e il fisico fiaccato dal sole dell'estate. La voce dell'Eurota che scorreva impetuoso fra le campagne, rinato dopo le ultime piogge, risvegliava il silenzio rannicchiato tra le baracche.
Kyriakos teneva lo sguardo fisso sulle mura di bronzo, l'indomabile scudo di torce che si muovevano come anime nei pallidi campi di asfodeli. Quando una fiamma vibrò, il vecchio abbassò gli occhi e svoltò subito a sinistra dietro una stamberga, accelerando il passo. L'agitazione cominciò ad afferrargli le gambe che si fecero sempre più veloci, fino a portarlo a correre con affanno.
Raggiunse la sua baracca di gran fretta e vi entrò senza guardarsi alle spalle, richiudendo subito le assi di legno logoro. Tolse i sandali e li lasciò sulla soglia, poi fece lo stesso con la tunica intrisa di sudore. Cercò di non guardarsi troppo in giro, non voleva indugiare su quella casa così nuda e triste, a stento riempita di un vecchio tavolo e degli sgabelli, un fuoco e tre teli stesi nella polvere.
Scorse Gavriil accovacciato a terra, la schiena nuda e martoriata dalle lacerazioni della frusta. Andò a sedersi davanti a una ciotola vuota e attese la cena, continuando a guardare la pelle incrostata di sangue.
"Cos'hai combinato?" chiese in tono aspro, le dita che passavano sul bordo scheggiato del tavolo.
Gavriil esitò, così fu Dafni a rispondere mentre bagnava un panno in un catino pieno d'acqua.
"Lascialo stare, ha avuto una giornata difficile."
La donna aveva il volto avvizzito dagli anni e il candore dei lunghi capelli nascosto dalla sporcizia. Allungò le braccia ossute verso la schiena del figlio e l'accarezzò con dolcezza, lavando le ferite. Lo faceva spesso, negli ultimi tempi.
Gavriil le fece un cenno e si alzò piano, andandosi a sedere di fronte al padre. Nonostante la giovane età, aveva una corporatura irrobustita dal lavoro nei campi e una zazzera simile a un cespuglio di rovi.
"Ho sputato ai piedi di uno spartiata." Il suo tono ostentava sicurezza, ma lo sguardo basso e il sudore sulle mani lo tradivano. Kyriakos non disse nulla, così Dafni si affrettò al tavolo portando un paiolo bollente. Riempì prima la scodella del marito e poi quella del figlio, infine la sua, poi attese che fosse Kyriakos a mangiare per primo. Il vecchio rimase in silenzio a pensare alle parole di Gavriil tenendo l'indice sinistro fra i denti, mentre il crepitare del fuoco interrompeva il pesante silenzio che saturava la casa.
"Allora quelle frustate te le sei meritate." disse Kyriakos addentando una pagnotta rafferma.
Dafni sussultò e prese a fissare la sua brodaglia.
"Tu sei un ilota, lui uno spartiata. Non credo ti debba spiegare come funziona."
La risposta arrivò immediata e pungente: "Certo, come dire che tu sei un codardo e lui invece no."
Kyriakos evitò la provocazione e immerse le labbra nella minestra fumante. Dafni si mosse sullo sgabello e Kyriakos, intuendone l'agitazione, cercò di chiudere il discorso.
"Non voglio che succedano più cose di questo tipo, e non voglio nemmeno sapere cosa ti ha portato a comportarti così. Per quanto ti possano insultare o oltraggiare, dovrai sempre limitarti a non ascoltare. Abbassa la testa e continua il tuo lavoro."
Le nocche di Gavriil sbiancarono quando strinse il bordo del tavolo. Sempre a capo chino, la voce fremente per la rabbia repressa, chiese: "Non hai mai provato vergogna, padre? Non hai mai avuto una gran voglia di fare a loro ciò che fanno sempre a te? E se davvero ci sei riuscito dimmi, dimmi come hai fatto, perché io… io non ci riesco."
Prese la testa fra le mani e cominciò a singhiozzare, digrignando i denti.
Kyriakos venne investito da una carica di ricordi disperati, immagini tremende, nitide, orribili, e sentì un groppo in gola, e il cuore rinchiuso in una gabbia, in quella casa, costruita con le lacrime di una vita insopportabile. Tentò di riscuotersi, cercò un po' di sicurezza stringendo la mano di Dafni con vigore, massaggiandola con il pollice. Sapeva di dover dire qualcosa, una parola, una frase, una qualsiasi cosa che potesse aiutare Gavriil, ma non ci riusciva. Le parole si scioglievano in gola e i brividi correvano sulla schiena, alimentando una fornace di paura e sconforto ormai riaccesa. Appoggiò il gomito al tavolo e mise una mano sugli occhi, tentando di nascondere la vergogna che lo attanagliava.
Gavriil si alzò un attimo dopo e si mosse verso il suo giaciglio, si coricò e prese sonno fra i singulti. Anche Dafni lasciò il suo posto e si sdraiò, poi spense il piccolo lume vicino ai teli e accarezzò la schiena del figlio per qualche minuto prima di addormentarsi. Kyriakos rimase seduto, da solo. Passò la notte a piangere in silenzio, circondato da un velo di disperazione, e mentre l'oscurità si impossessava della stanza, cominciò ad annuire fra le lacrime.
"Sì Gavriil, sì. Ho vergogna di me stesso."

La luce si attenuò all'improvviso e Gavriil osservò il cielo con una smorfia. Non sarebbe bastata una nuvola per affievolire quel caldo estenuante.
Si appoggiò col gomito alla zappa e guardò il campo d'orzo concedendosi qualche attimo di riposo. Pensò alla bellezza dorata del frumento al tramonto del sole, al cinguettio fugace degli uccelli. Vani tentativi di distrazione.
Indugiò sulla discussione della sera prima, su suo padre, sulle sue lacrime. Forse non si meritava quell'insulto, quello sfogo dal sapore volutamente accusatorio. Adesso era dispiaciuto, o almeno così credeva di sentirsi, ma faticava ad ammettere di aver sbagliato.
Stirò la schiena, malconcia e dolorante per le frustate, quando vide avvicinarsi il sorvegliante. Aveva un chitone rosso e decorato in oro e una frusta di pelle nella destra. Gli si parò davanti, sfiorandogli il naso. Gavriil chinò il capo e cominciò a sudare temendo una nuova punizione.
"Cane bastardo" esordì lo spartiata calcando particolarmente i termini, "fammi un po' vedere la schiena. Scopriamo se sono stato troppo clemente."
"Damis!" Un altro soldato, più giovane e dall'alito sicuramente meno puzzolente, si era portato alle spalle del sovrintendente.
"Cosa c'è, ragazzo?"
L'altro non rispose, ma fece dei gesti per allontanare lo spartiata da Gavriil. L'ilota cercò di calmare il respiro e studiò la situazione. Pensò prima a una fuga, ipotesi però tutt'altro che attuabile, poi a una reazione in caso di nuove percosse. Non si sarebbe fatto frustare una seconda volta.
"Li uccideremo tutti…"
Gavriil corrugò la fronte e tese le orecchie.
"Questa notte?"
"Così mi hanno detto. Gli efori lo hanno deciso poco fa."
Le parole erano sommesse, ma aveva capito bene, ne era sicuro. Era già accaduto: un'incursione improvvisa, al calare delle ombre, e molti erano rimasti uccisi. Non lui, non suo padre o sua madre, ma molti. Ma questa volta, i soldati li avrebbero massacrati. Erano in molti fra le baracche, troppi. Bisognava ridurne il numero.
Le gambe tremavano e minacciavano di abbandonarlo, e allora sarebbe stato inutile. Poi si voltò, e iniziò a correre. Lo fece così, senza pensarci, gli occhi spalancati e terrorizzati.
Le grida dei soldati sembravano essere più veloci di lui, così accelerò ancora, fino a non sentire più il terreno sotto i piedi. Doveva sbrigarsi, doveva avvertire Kyriakos: le Mura di Sparta si stavano muovendo.

Un grande trambusto riempì l'aria del campo, seguito da grida convulse. Kyriakos si affrettò con gli altri schiavi verso il granaio, incuriosito: i sorveglianti si erano allontanati da qualche minuto senza dire nulla, ed erano scomparsi dietro le grandi pale del mulino sulla riva dell'Eurota.
Si fermò volentieri, il vecchio ilota, guerriero del campo d'orzo, schiavo delle estati più infernali e degli inverni più inflessibili, ricoperto solo della sua armatura abbronzata e bruciata dal sole. Pochi capelli bianchi, qualche pelo sul mento, come un ragazzino, ma occhi vitrei e stanchi, sfregiati da una vita di poche felicità.
Si accostò alla folla e cercò di vedere cosa stava accadendo di fronte al deposito del terreno, si fece spazio fra gli schiavi, sgomitò un poco, finché non guadagnò una buona posizione. Non riusciva a vedere bene fra le spalle degli altri uomini, ma scorse un gruppo di guardie in cerchio, attorno a qualcosa. Era un uomo, sicuramente uno schiavo per le vesti logore. Lo vide crollare in ginocchio, la testa ciondolante sul petto mentre veniva trattenuto per le braccia. Era ricoperto di tagli e ferite, e i lavoratori cominciavano a rumoreggiare.
Quando l'individuo venne risollevato con uno strattone, Kyriakos scattò in avanti, spintonando la gente.
"Lasciatelo!" gridò disperato, cercando di raggiungere Gavriil.
Un sovrintendente lo bloccò prima che raggiungesse il gruppo di soldati, stringendolo al collo con la mano muscolosa. L'ilota cercò di dimenarsi, scalciò, ma i tentativi di liberarsi vennero subito placati da un poderoso pugno nello stomaco, quindi si accasciò a terra rantolando, mentre una schiuma vermiglia gli tingeva le labbra. Lo spartiata, sicuramente un campione di lotta, dal fisico roccioso e imponente, rivolse uno sguardo minaccioso alla coltre di schiavi, la quale indietreggiò impaurita. Il clamore della protesta si tramutò in muta sottomissione.
Il corpo martoriato di Gavriil venne serrato a terra con violenza, e il sangue sul viso si mescolò alla polvere umiliante dei sandali degli aguzzini. Il giovane tentò di sollevarsi, fece ancora un sforzo, cercò suo padre con gli occhi impazziti di dolore. Kyriakos rimase accovacciato poco distante, il capo chino, la spada del sovrintendente pronta sul collo.
"Padre… guardami" sussurrò Gavriil, la voce infranta dall'agonia.
Il vecchio scosse la testa ma non si alzò, non mosse un muscolo, non fece altro cenno.
"Le Mura, padre… le Mura! Stanotte…"
Kyriakos ebbe un fremito e cominciò a tremare, ma non alzò lo sguardo.
Gavriil capì. Dafni. Almeno lei poteva salvarsi, ma questo avrebbe richiesto il suo sacrificio, e il vecchio ilota sarebbe tornato a casa. Quando realizzò il pensiero, tuttavia, non riuscì a trattenere le lacrime. Gli era sempre sembrato facile prendersi gioco della morte quando questa appariva lontana ma ora, così vicino a quel momento, si sentiva disperato. Non aveva nemmeno salutato la mamma…
Si mise sulle ginocchia e si lanciò verso la guardia davanti a lui, l'afferrò per il polpaccio e cominciò a strattonare, mentre le ferite ancora aperte pulsavano ovunque. La grazia arrivò rapida, una stilettata precisa e stranamente quasi indolore. Un contatto fugace col metallo nella schiena e Gavriil lasciò la presa, piegandosi esanime in una macchia di sangue.
Kyriakos venne strattonato fino al campo d'orzo e gli fu riconsegnata la zappa con una meschina pacca sulla spalla; gli schiavi tornarono al lavoro ammutoliti, mentre il corpo di Gavriil veniva portato chissà dove. Il vecchio riprese la sua mansione fra i gemiti, la mente occupata da rabbia fremente, odio vibrante, ma anche da forte impotenza. Giurò che avrebbe salvato Dafni, almeno Dafni. Non aveva potuto fare nulla per Gavriil, ma sarebbe morto pur di avvertire la sua compagna, l'unico tesoro, l'unica gioia, l'unico alito di vita che ormai gli rimaneva.

Il buio scese sulla città di Sparta e sui campi, quindi il sole abbandonò il mondo portando via il suo rassicurante calore.
Era rimasto un solo sovrintendente: gli altri dovevano essere andati a preparare l'incursione notturna. Kyriakos aveva cercato di raccomandare quanti più schiavi possibile, ma molti, a conoscenza della sua parentela, lo avevano evitato per paura. Aveva dunque deciso di lasciare il terreno e di avviarsi senza altri indugi.
Camminò veloce, guardandosi intorno. Ovunque, intorno ai tetri campi, riusciva a scorgere i bagliori delle armature bronzee illuminate dalle fiaccole, elmi pronti a caricare, spade pronte a uccidere. Cominciò a sudare, agitato: la baracca distava ancora molto, e forse non sarebbe arrivato in tempo. Affannato per la disperazione tentò uno scatto, ma il dolore allo stomaco era ancora troppo forte per riuscire a correre.
Poco dopo giunse al quartiere degli schiavi e si acquattò all'angolo di una stamberga. Riprese fiato e osservò la zona, all'apparenza ancora tranquilla. Sospirò due volte, la schiena contro il legno, e chiuse gli occhi. Pensò a Gavriil, e a Dafni. Pensò a loro, e si sentì triste. Quanto dolore aveva recato a tutti e due. Scosse la testa e si lasciò scappare un singhiozzo, poi scacciò quell'inquietudine e si rialzò.
Si mosse piano e girò l'angolo trovandosi di fronte un immenso scudo, tondo e lucente come il disco del sole.
"Uccidiamo il bastardo!" Gridò una voce roca da dietro il riparo.
Kyriakos si voltò e prese a correre più veloce che poteva. L'oplita si lanciò all'inseguimento, velocissimo nonostante il peso dello scudo, imitato da quattro compagni alle sue spalle.
Resosi conto di non riuscire a scappare per molto, Kyriakos scartò in una piccola via alla sua destra e si buttò contro una porta di legno marcio, sperando che cedesse. All'impatto l'asse si sfondò, e il vecchio cadde all'interno della baracca. Alzò lo sguardo e vide un gruppo di iloti rannicchiati in un angolo, i visi sporchi e contratti in una smorfia di paura. Erano solo donne e bambini.
"Avete visto Dafni?" Urlò disperato.
"Ha i capelli lunghi, è alta più o meno così, della mia età…"
Un bambino scoppiò a piangere. La madre, giovane, di età vicina a quella di Gavriil, iniziò a cullarlo dolcemente. Poi si rivolse a Kyriakos: "Chi cerchi non è qui." Aveva gli occhi gonfi per il pianto.
"Non c'è nessun altro oltre a noi. Li hanno portati via, forse li hanno uccisi." Pianse.
"Nelle baracche non c'è più nessuno!"
Il fragore del legno spezzato lo investì alle spalle. Voltandosi, vide il gruppo di opliti invadere l'abitazione e bloccare l'unica via di fuga. Ridevano sguaiati, mentre guardavano gli iloti con scherno. Kyriakos si girò di nuovo, fissando i sopravvissuti. Avevano tutti degli sguardi carichi di paura e tristezza, un'angoscia vera e pulsante. Anche loro con una vita difficile, ingiusta, oppressiva. Ora sarebbero morti abbracciando ognuno il proprio figlio, o la propria madre. Non sapeva se sarebbe stato un conforto, ma lui si sentì tremendamente solo.
Guardò un'ultima volta gli scudi, poi attese il giudizio delle implacabili Mura di Sparta.


»Torna all'elenco dei testi
»Torna all'elenco delle edizioni

Copyright © 1999 - Comitato per Sofia - Tutti i diritti riservati.
Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2010